Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/141

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In un momento di stupido abbandono — sì, sì, stupidissimo! — s’era lasciato sfuggire una mezza confidenza — neppure — delle parole vaghe, degli accenni lontani... Basta! Gessi, capito assai di più ch’egli non avesse voluto, forse aveva parlato. Altrimenti come spiegarsi i maliziosi mirallegro del Ratti ogni volta che lo incontrava, da una settimana in qua? Meritava degli schiaffi quell’imbecille!

— Ma perchè prendersela con gli altri? L’imbecille era stato lui che non aveva saputo frenarsi! Scoppiava col suo segreto in corpo?...

E per sfogarsi contro di qualcuno, sbatteva rabbiosamente la mazzettina sui cespugli e i rami degli alberi spenzolanti dai muriccioli.

— Bisognava raddoppiar le cautele, per sviare i curiosi. Quel posticino fuori le mura parevagli al sicuro d’ogni sorpresa. Giacinta arrivava da una parte, lui dall’altra e quei due vecchietti, marito e moglie, erano interessati a non tradirli... Però, però... non convien fidarsi. Diraderemo gli appuntamenti...

Si era messo a sedere sulla spalletta del ponticello, fumando, lasciandosi invadere dalla pace silenziosa della campagna, con gli occhi fissi alla viottolina di faccia. Credeva di aver anticipato di mezz’ora. E zufolava, dondolando le gambe, battendo i talloni, guardando qualche volta a sinistra, verso la città mezzo arrampicata sulla collina, colle guglie dei campanili e le cupole, che si intravedevano a traverso il folto fogliame, di là dai merli delle mura.

Era già rassicurato. Quel solitario posticino così incastrato fra le collinette, gli pareva proprio in capo al mondo.

— Le cinque! Giacinta tardava... Come mai?