Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/142

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Si sentì colpire al cappello e alle spalle da due pallottole d’erba lanciate da dietro alla siepe.

— Ah!... Dovevo immaginarlo!

E aperto il vecchio cancello di legno, si trovò faccia a faccia con Giacinta che gentilmente lo garriva:

— Non ha fretta il signore! Si riposa!

A braccetto, s’inoltrarono lungo la siepe di cinta.

— Siamo di già, ai sospetti, eh?

Giacinta lo canzonava, leggermente, braveggiando contro quel pericolo che lo impauriva.

— Non scherzate! — rispose Andrea. — La cosa può diventare grave, gravissima.

— In che maniera?

— Non lo so. È una voce del cuore. Sono superstizioso; credo al cuore ad occhi chiusi.

— Intanto esso non ti ha ancora detto...!

E fermatasi, lo guardava con le pupille scintillanti di gioia, un po’ arrossita, sorridendogli sotto il naso con una smorfietta bambinesca.

I polli, razzolanti sul mucchio del concime, scapparono starnazzando, chiocciando, tosto ch’essi volsero a destra, fra le due strisce di lino in fiore che parevano due grandi pezze di velluto verde, con ricami d’argento, sciorinate sul prato.

— Che avrebbe dovuto dirmi il cuore? — insisteva Andrea.

— Nulla!... Nulla!... Com’è bello qui!

Il lino ondeggiava al soffio del venticello che faceva stormire le fronde dei gelsi intorno: i festoni di vite con le foglioline novelle, si dondolavano, da un albero all’altro. In fondo, dietro la collinetta mezza nascosta fra gli ulivi, il camino quadrangolare d’una fabbrica di mattoni, di cui si vedeva sol-