Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/169

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Il conte Giulio però non era di questo parere.

— Ha voluto farsi un ritratto vivente! — gli aveva detto la signora Villa con intenzione maligna.

E nessuno gli aveva più potuto levare dal capo che non fosse davvero così.

— Mi son fatto un ritratto vivente! — era andato a dire al suocero che, tormentato dalla podagra, inchiodato su una poltrona, non poteva andar a vedere la nipotina.

Quella paternità lo gonfiava, gli solleticava dolcemente il cuore, e lo faceva aggirare attorno alla culla della bimba con una cert’aria d’importanza. Ma ogni volta che voleva prenderla in braccio, o semplicemente baciarla, Giacinta si trovava lì pronta a impedirglielo.

— Non vi accorgete che la bimba si secca? Bel gusto farla piangere!... Ma no; codesti baci così frequenti le rovinano il visino!

E lo allontanava, duramente, con gli occhi fiammeggianti di rabbia gelosa!

— La vuole tutta per sè! — diceva il conte alla suocera, una mattina, intanto che questa posava sul seno della bimba una carta piegata in quattro.

Era il suo regalo di madrina, l’atto di compra d’una villetta firmato in quel giorno.

— Ha un brutto nome, la Storta, — aggiunse la signora Marulli. — Ma potranno ribattezzarla Villa Adelina. Un palmo di terreno, in riva al mare, con un guscio per ripararvisi: però il posto è incantevole!

Giacinta, dalla sorpresa, non pensava a ringraziarla. Da parecchi mesi, la sua mamma era diventata un’altra; ella non la riconosceva più. Da persona pratica qual era, non essendo accaduto il finimondo da lei paventato, la sua mamma si era facilmente