Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/168

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aveva ammesso neppur la possibilità del caso contrario. Ed ora si sentiva delusa, come se qualcuno le avesse fatto la cattiva azione di scambiarle la sua creatura; come se d’una bambina, ella non sapesse che farsene.

Ma nel provarsi ad allattarla, cacciò un piccolo grido di gioia repressa:

— Dio!... È tutta lui!

E smise subito il broncio. La camera le divampò d’un magnifico sole di primavera; un fiume d’ineffabile tenerezza le scaturì dal profondo del petto, diffondendosele per la persona come una ristoratrice onda di nettare.

— È tutta lui! I suoi occhi, il suo naso, la sua bocca! E questa fossettina del mento!

Passava lunghe ore fissa a contemplarla, muta, con gli occhi inumiditi, col cuore che le si riempiva di tristezza, pensando ch’ella non aveva mai ricevuto dalla sua mamma un solo bacio, una sola carezza, una sola occhiata da paragonarsi a quelle da lei prodigate alla creaturina delle sue viscere. Ed ella, ecco, si rifaceva, si compensava a quel modo.

— Non puoi immaginare — diceva ad Andrea, — com’è invadente, com’è tiranna! Ormai devi rassegnarti ad essere amato di rimbalzo, in questa carne della nostra carne.

— Mi son già rassegnato — rispondeva Andrea, celiando.

— Così presto? Cattivo!

E accarezzandogli la testa, senza levar gli occhi dalla culla, ella ricadeva nei rapimenti, nell’estasi che la tenevano in adorazione dinanzi a quella gioia, a quella stella, a quell’angioletta, a quell’amore, a quella vita sua, che rassomigliava tutta a lui!