Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/191

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E il giorno dopo andò da lei un po’ più presto del solito.

— Dunque è una cosa grave?

— Forse no — rispose Giacinta. — Forse è un’esagerazione della mia fantasia. Mi è penetrato qualcosa qui, che mi rode la vita. Vi son dei momenti che mi credo sul punto di diventar pazza addirittura... Sì, qualcosa, che m’impedisce di pensare ad altro, che mi assorbe e mi succhia il midollo delle ossa. Mi dia dell’oppio, dottore. Son parecchie notti che non dormo.

— Mi permette qualche domanda? Sarò discreto.

— Interroghi pure. Non ho segreti per lei.

— Di che si tratta?

— Di nulla. Sospetti, cattivi fantasmi... Ma intravvedo una cosa orribile.

— ...Ha egli cambiato abitudini?

— Si sforza di non farmene accorgere; ma io indovino lo sforzo. È peggio.

— Quest’uomo è dunque parte integrale della sua vita?

— Tutto!

— È strano, inconcepibile! — esclamò il dottore abbassando la voce.

— Perchè?

— Debbo dirglielo?... È una persona comune, quasi volgare...

— M’ama!... Mi ha amato! — si corresse Giacinta, tristamente.

Quelle due inflessioni di voce colpirono il dottore.

— È una ragione, ne convengo. Però, dopo tutto lei sentirà, di quando in quando, un’aspirazione verso qualche cosa di più elevato; la sente, ne son sicuro.

— Amando, la persona amata ci apparisce uni-