Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/212

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Andrea posò le carte sul tavolino:

— Si riguardi; continui la cura...

— Non prenda ora questa scusa...

— È impossibile; non saprei più far nulla. Rimandiamo il miracolo a un’altra volta. Ma si riguardi, si riguardi!

VII.

Il rosso di quella macchia di sangue gli era rimasto così nella mente, che nel salotto della contessa lo vedeva rifiorire sulle labbra di lei e della signora Villa, sul tappeto, sui mobili, su le pareti, sui cristalli, su le doppie tende, bianche e grigie, che moderavano il luminoso sorriso di quella giornata primaverile; e, disteso sulla poltrona, le mani nelle tasche dei calzoni e le gambe accavalciate, socchiudeva gli occhi per evitarne l’opprimente persecuzione.

Intanto la signora Villa, nel vano della finestra, continuava sotto voce le sue confidenze a Giacinta. E si accendeva, e gesticolava, e le si chinava quasi sull’orecchio per dare più efficacia a certe parole: poi rizzava il capo e la guardava fissa, interrogandola anche con lo sguardo:

— Ho forse torto? Ho forse torto?

Quei dissapori tra l’Ernesta e il suo amante interessavano poco Giacinta; ma, per convenienza, mostrava d’ascoltarli attentamente, dando ragione all’amica con lievi accenni del capo, voltandosi di tanto in tanto per osservare Andrea che pareva assorto a contemplare gli stucchi dorati della vôlta.