Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/213

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 211 —


— Ne riparleremo — conchiuse la signora Villa. — Cara mia, sono stufa!

Andrea s’era alzato per salutarla al passaggio.

— Gerace — ella gli disse — che trista cera avete oggi!

— Ho dormito poco, ed ho una tale accapacciatura!

Però queste scuse, pronunziate con visibile impaccio, non persuasero Giacinta. Il suo cuore di donna già presentiva un pericolo.

— Che ti è accaduto? — gli domandò, appena la signora Villa fu andata via.

— Nulla! Nulla!

L’insolita vivacità della risposta la colpì.

— Hai dei segreti per me?

— Vorresti farmi una colpa anche del mal di capo?

Per alcuni minuti stettero zitti. Andrea picchiava con la punta della mazzettina sul tappeto; Giacinta, di faccia, con la fronte corrugata, si mordeva le labbra, sfilacciando nervosamente la frangia della cravatta di seta che le scendeva sul petto.

— Hai perduto la parola?

— Senti — disse Andrea, rizzandosi bruscamente sulla vita. — Da qualche tempo, sei diventata assai strana. Mi rimproveri senza motivo; mi tratti come un amante venuto in uggia, quasi cercassi un pretesto, una scusa per romperla. Questa vita di diffidenza, di sospetti, di rancori nascosti, oh! è insopportabile! Tu pretendi l’assurdo. Non si può essere, tutti gli anni, tutti i mesi, tutti i giorni, dello stesso umore. I nervi, la stagione... che so io? Ogni anno che passa ci lascia cambiati. Si diventa più seri; si guarda la vita da un altro punto di vista; si ama quanto prima, forse più...