Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/223

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imbecille. Il conte, nel suo stato, avrebbe bisogno di un servitore più abile, più rispettoso. Or ora ho sorpreso Battista che si divertiva a contrariarlo, a farlo arrabbiare. L’ho sgridato; lo sgridi anche lei.

— Lo sgriderò — rispose Giacinta macchinalmente.

— Si sente male? — riprese il Follini, dopo alcuni istanti di silenzio.

Ella lo guardava, quasi non avesse inteso, con le sopracciglia corrugate e gli occhi mezzo chiusi.

— È un cattivo momento — disse il dottore, sorridendo. — Scappo via; ho fretta pe’ miei malati.

— Non sono un’ammalata anch’io?

— Oh, sì! Ma una di quelle capricciose che si ostinano a non voler guarire, e si compiacciono anzi del proprio male.

— Non mi ha mai dato un rimedio.

— Il rimedio verrà da sè. Per certi mali, del corpo e dell’anima, bisogna lasciare che agisca la divina Natura mediatrice... Scrolli pure la testa... Vedrà.

— Non sa dirmi altro!

Il dottore, un po’ piccato, rispose subito:

— A rivederci. Scappo via.

Giacinta lo trattenne per la mano ch’egli le stringeva con brevi scossettine.

— A rivederci! — soggiunse anche lei, tutt’a un tratto.

E lo lasciò libero, reprimendo un sospiro.

— Ah! Dinanzi a lui perdeva ogni sua forza; diventava timida; non sapeva neppur parlare! Ma che avrebbe potuto dirgli?... Vi amo?... Non lo amava; non sarebbe mai divenuta la sua amante, oh, no!... Che cosa dunque?

Eppure sentivasi attratta verso quell’uomo da un