Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/222

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risuscitano, dice il dottor Follini. È vero! È vero!... E il mio cuore, questo povero cuore, è forse rimasto lo stesso?

Se lo domandava quel giorno con un senso di terrore, risalendo lentamente il corso del suo passato, quasi guardandosi attorno per evitare un’insidia.

Il canarino cantava ne la bella gabbia dorata, riempiendo il salotto d’acuti gorgheggi. Ed ella, con la testa fra le mani, i gomiti appoggiati sul tavolino, lo sguardo perduto nello spazio, riviveva, cullata da quel canto, la sua trista infanzia, la sua dolorosa giovinezza. Rivedeva luoghi, persone da un pezzo non più viste, o sparite; sentiva voci che tacevano da anni; provava di bel nuovo sensazioni dimenticate, palpitando e soffrendo al ricordo delle sue prime lotte, delle sue disperazioni di ragazza; felice, per un istante, dell’immensa felicità allora conquistata a un prezzo senza pari, al prezzo di tutta sè stessa.

— E poi?... E poi?... Oh, sì, il suo cuore era anch’esso cambiato! Restava, tuttavia incredula, per riflettere, per fare il suo esame di coscienza, per scrutarsi l’anima spietatamente...

— Che? Poteva illudersi ancora?... No, no!

E intanto la bionda visione del dottor Follini continuava a starle dinanzi. Le sembrava ch’egli le parlasse con un accento di grande pietà, la guardasse compassionevolmente, come quando ella aveva dovuto dirgli: Non mi guardi così; mi fa soffrire!

Nel vederlo comparire in persona, quasi evocato da quell’intima voce che le ragionava di lui, Giacinta rimase muta.

— Entro soltanto per salutarla — disse il dottore — e per avvertirla d’una cosa. Quel Battista è un