Pagina:Carli - Noi arditi, 1919.djvu/39

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Il nemico, stretto alla gola da pugni di ferro, sussulta disperatamente ma resiste.

Le Fiamme si irrigidiscono allora in uno sforzo supremo che tutto travolge, annienta e distrugge. Con un altro sbalzo la cresta dell’Asolone è finalmente raggiunta e la bandiera delle signore di Potenza sventola audacemente agitata dall’eroico maggiore Messe che l’ha raccolta nel sangue di Ciro Scianna, un purissimo figlio della Sicilia, porta-stendardo del Reparto, caduto pochi momenti prima.

Un attimo di tregua, poi la lotta riprende con maggiore intensità. Le artiglierie nemiche tormentano atrocemente le posizioni conquistate e nuove mitragliatrici sgranano i loro funebri rosari.

Le schiere delle Fiamme si assottigliano sempre più. Rimanere sulla quota in quelle condizioni è impossibile assolutamente, ma occorre tutta la energia del maggiore Messe per evitare l’inutile sacrificio a riportare gli Arditi alla nostra primissima linea dove ripiegano fieramente combattendo ancora e distruggendo chi osa seguirli.

All’indomani di quella gloriosissima giornata, fulgido poema di valore che chiude degnamente il periodo della prima epopea — pieni di fango e di sangue, cantando le loro canzoni esuberanti di giovinezza tumultuosa, gli Arditi scendono a riposo.


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