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Pagina:Catullo e Lesbia.djvu/15

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i tempi di catullo. 9



II.


Aguzziamo un poco lo sguardo, penetriamo al di là di questo splendore, rompiamo questa portentosa vernice.

Quella furia sanguinosa, di cui s’erano valsi gli Etruri per distruggere Roma,[1] si giovò Cesare per soggiogare le Gallie, si dovea servire Augusto per arrivare all’impero,[2] la discordia, che disunisce gli animi e rovina gli Stati, scorre pazzamente per la città; sconvolge ogni ordine di leggi e d’idee, conturba ogni ragione di cose, suscita invidie, fomenta rivalità, infiamma odii vecchi ed ambizioni nuove, agita i forti, aizza i deboli, scatena gli ardimentosi, travaglia e corrompe tutti. Da un lato un’aristocrazia straricca, oziosa, insolente; dall’altro una plebe prosuntuosa, arrogante, venale. La proprietà concentrata in pochi, la ricchezza malamente distribuita, l’ingens cupido agros continuandi, come Livio la chiama,[3] la coltura affidata agli schiavi, distruggono a poco per volta quella classe di mezzo, anello necessario a congiungere gli estremi, che aveva dato a Roma l’impero di sè stessa e del mondo. La legge agraria è sempre là, tinta del sangue dei Gracchi, minacciosa e terribile fra le due schiere, spauracchio dei ricchi, speranza dei miseri, maschera degli ambiziosi, rovina della repubblica.[4]

  1. T. Livii, Hist. Rom.
  2. Taciti, Ann., lib. II.
  3. Lib. XXXIV, 4.
  4. Machiavelli, Discorsi, lib. I, 37.