Pagina:Catullo e Lesbia.djvu/203

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riconciliazione. 197

     Molto fec’io gioco di carmi: ignara
     Non è di noi la Dea, che mescer suole
     Qualche dolce amarezza ai nostri amori.
25     Ma ogni lieto mio studio a me la morte
     Del fratel mio rapì, dolce fratello
     A me, misero, tolto. Ogni mio bene,
     Dolce fratel, co ’l viver tuo si franse;
     Giaccion sepolte le paterne case
30     Tutte con te, con te perîr le gioie,
     A cui l’amor tuo vivo era alimento.
     Così al morir del fratel mio diletto
     Tutti si dileguar dal viver mio
     E gli studî e i piacer. Che se tu scrivi:
35     Esser d’onta a Catullo il far dimora
     Su l’Adige natìo, mentre ivi, in Roma,
     Nel letto ch’ei lasciò scalda e ricrea
     Le fredde membra ogni gentil garzone,
     Credi, o Manlio, non già d’onta, ma degno
40     Di pietade son io. Forse potrei
     Dar carmi a te, se d’ogni carme il dono
     Il mio lutto rapì? Nè in compagnia
     Di assai copia di libri io qui men vivo;
     Io faccio vita in Roma; ivi il mio tetto,
45     Ivi la sede; ivi si svolge il filo
     Degli anni miei; di tanti scrigni un solo
     Mi siegue: eccoti il vero; or tu non darmi
     Taccia d’alma scortese o di bugiarda,
     Se al tuo doppio dimando io non compiaccio.
50     Più che non chiedi io ti darei, se alcuna
     Di ciò che vuoi copia in me fosse. Io questo


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