Pagina:Catullo e Lesbia.djvu/207

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riconciliazione. 201

     A Castore e Polluce alza le palme
     Disperato il nocchier, levasi a un punto
     Lene lene una dolce aura seconda;
85     Tal fu di Manlio a noi l’aiuto; il chiuso
     Fin dei miei campi egli amplïommi, e a lui
     Stanza ospitale e la mia donna io deggio.
     Là, ne l’asil dei nostri mutui amori
     Trasse un dì il piede piccioletto e molle
90     La mia candida Diva, e la frequente
     Soglia sfiorando con la sòla arguta
     De l’aurato calzar, stette, a la guisa,
     Che, tutta amor ne l’alma, a la mal presta
     Reggia Protesilëa Laodàmia avvenne,
95     Quando ancora l’eroe d’ostia veruna
     Non avea sparso il sangue, e alcun dei Numi
     Fatto propizio ai maritali alberghi.
     Deh! a me, vergin Ramnusia, unqua non piaccia
     Il temerario ardir, ch’opra incominci
100     Senza l’auspicio degli Dei! Ben quanto
     Bramin di sangue pio l’are digiune
     Laodàmia il seppe, al cui tenace amplesso
     Fu divelto anzi tempo il collo amato
     Del novello marito. E non avea,
105     Misera! ancor di due verni sapute
     Le lunghe notti, e fatto pago ancora
     L’avido amor, tal che tradur potesse
     Ne l’improvvisa vedovanza i giorni!
     Ma le Parche il sapean, ch’egli dovea
110     Già non guari perir, se d’armi cinto
     Andasse ad oppugnar d’Ilio le mura;
     Però che a la fatale Ilio in quei giorni