Pagina:Catullo e Lesbia.djvu/209

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riconciliazione. 203

     Correa, per la rapita Elena, quanto
     Fior di senno e di braccio avean gli Argivi.
115     O fatale e nefanda Ilio, sepolcro
     D’Asia a un tempo e d’Europa, Ilio funesta
     Che tanti fra le tue ceneri chiudi
     Incliti fatti e glorïosi eroi;
     Tu desti al fratel mio misera fine,
120     Al mio dolce fratel tolto al mìo core!
     O fratello infelice, o lieto raggio
     Rapito a noi! Con te giaccion sepolte
     L’orbe case paterne, e teco insieme
     Le gioie del mio cor tutte perîro,
125     A cui l’amor tuo vivo era alimento.
     Nè fra’ patrî sepolcri, a le cognate
     Ceneri a canto l’ossa tue composte
     Dormono, ma lontan tanto, in estrana
     Terra, in lido remoto, entro a la polve,
130     Di tante stragi oscena, Ilio le serra!
     Ivi accorrean, sì come è grido, in folla
     E d’ogni parte i giovanetti argivi,
     E diserto faceano il santo foco
     Del domestico lare, onde nel cheto
135     Talamo non gioisse ozi sereni
     Paride molle a la sua druda a fianco.
     Allor, bella Laodàmia, a te fu svelto
     Il dolce sposo, a te più che la vita
     Più che l’anima caro. Assorta e spinta
140     Dal vortice del tuo fervido amore
     Precipitasti in tal baratro, quale
     Fu l’abisso, che apri (dei Greci è il mito)
     Appo il Peneo Cillene il mal supposto