| Questa pagina è stata trascritta, formattata e riletta. |
| i tempi di catullo. | 17 |
si cercò rimpalmare alla meglio la vecchia baracca. Le leggi son come le toppe in un vecchio vestito; più tu ne metti, e più il vestito è alla corda.
La corruzione dei costumi tenne dietro alle conquiste d’Asia, s’estese e divampò sempre più col divampare delle guerre intestine. Il popolo romano somiglia a quei giovanetti, educati rigidamente in famiglia, tenuti lontani da ogni piacere, custoditi, spiati, sindacati in ogni cosa, fin dentro al pensiero. Hanno un tantino di libertà? Addio: non c’è più verso di tenerli in freno. La nostra natura è una molla: più la premi e meglio scatta.
La voluttà era un mondo ignoto ai Romani: bisognava conquistarlo. I fichi di Cartagine, mostrati al popolo da Catone, son come il primo e più volgare indizio di quel mondo. La conquista fu intera e completa: cominciò ai tempi di Silla[1] e finì coll’impero. Il rispetto alla legge avea fatto i Romani più che uomini; la licenza li fece men che femmine. Gli ambiziosi facevano a gara per corrompere il popolo; e mentre questo divora spensierato alle diecimila mense imbandite da Crasso,[2] si pasce di squisite vivande mollemente sdraiato sui ventiduemila triclinii ordinati da Cesare,[3] s’accarezza soddisfatto la pancia, che gli ha impinzata Lucullo[4] o Pompeo; essi hanno tempo ed agio di far man bassa su tutto. Dalle grandi ricchezze, dice Sallustio, cadde la gioventù romana in grande lussuria,