Pagina:Catullo e Lesbia.djvu/88

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82 la poesia di catullo.

quieta fluttuante, eminentemente lirica del poeta non arriva a nascondersi. È poesia a squarci, a sbalzi, manca d’intonazione e di temperanza; il poeta s’abbandona a una descrizione, a un episodio, con lo stesso trasporto, col medesimo oblìo d’ogni regola e d’ogni modo, con cui l’uomo si lascia cadere fra le braccia di Lesbia, si dimentica nei baci di Giovenzio; ora in balìa dell’ira, ora in preda alla voluttà.

L’abbandono di Arianna assorbisce la parte principale del Teti e Peleo; si direbbe che il poeta si compiaccia a descrivere i disperati lamenti d’una donna abbandonata in uno scoglio deserto, egli che dovea sentire più volte lo strazio dell’abbandono, egli che dovea scendere più tardi fino alla viltà per riconciliarsi con la donna amata. È come un presentimento, una vendetta anticipata sopra le donne, una crudele soddisfazione a vederle soffrire lontane d’ogni compagnia e d’ogni conforto, loro che per un semplice capriccio, per una momentanea bizza non hanno uno scrupolo di lasciare nella solitudine e nella disperazione chi s’era fatto del loro amore ogni gloria, ogni vita, ogni felicità.

Quis nunc te adibit, quoi videberis bella?1

Così egli infatti griderà alla sua donna infedele. E si consola della speranza, che, abbandonata da lui, nessuno si ricorderà di lei, resterà derelitta e dispregiata da tutti. E l’abbandono di Arianna non è forse soltanto un presentimento, può essere anche un pentimento e un rimorso. Non avea egli lasciati a Verona i suoi primi affetti? abbandonata la povera Ipsitilla? Non

  1. Carm. VIII.