Catullo e Lesbia/Traduzione/Parte seconda. Intima lotta ed aperti disdegni/8. A sè stesso - VIII Ad seipsum

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
../../Parte prima. Amore ed illusione/7. - CIX

Catullo e Lesbia/Traduzione/Parte seconda. Intima lotta ed aperti disdegni/9. A Lesbia - LXXII Ad Lesbiam IncludiIntestazione 28 dicembre 2015 75% Da definire

Gaio Valerio Catullo, Mario Rapisardi - Catullo e Lesbia (Antichità)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1875)
Traduzione - 8. A sè stesso - VIII Ad seipsum
Traduzione - 7. - CIX Traduzione - 9. A Lesbia - LXXII Ad Lesbiam
[p. 172 modifica]

[VIII]

AD SEIPSUM.


Miser Catulle, desinas ineptire,
Et quod videa periisse, perditum ducas.
Fulsere quondam candidi tibi soles,
Cum ventitabas, quo puella ducebat
5Amata nobis quantum amabitur nulla,
Ibi illa multa tam iocosa fiebant
Quæ tu volebas, nec puella nolebat.

Fulsere vere candidi tibi soles!
Nunc iam illa non vult; tu quoque impotens ne sis;
10Nec, quæ fugit, sectare, nec miser vive;
Sed obstinata mente perfer, obdura.
Vale, puella; iam Catullus obdurat;
Nec te requiret, nec rogabit invitam.

[p. 173 modifica] [p. 174 modifica]

At tu dolebis, cum rogaberis nullo.
Scelesta, quæ nunc, quæ tibi manet vita?
15Quis nunc te adibit? cui videberis bella?
Quem nunc amabis? cuius esse diceris?
Quem basiabis? cui labella mordebis?
At tu, Catulle, destinatus obdura.




[p. 173 modifica]

8.

A SÈ STESSO.


Lascia, cor mio, l’inetta
     Cura d’amor; ciò che perir già vedi
     Cosa perduta e inutil cosa estima.
     Candidi soli in prima
     5Splendean certo su te, che con frequente
     Anelito venivi
     Ai convegni di lei, che fu diletta
     Da noi qual non fu mai donna vivente.
     Quanti dolci pensier, quanti soavi
     10Giochi d’amor che tu chiedevi, e cari
     Erano a lei del pari!
     Come a rapidi voli
     L’ore fuggiano, e candidi
     Su ’l mio capo davver splendeano i soli!
     15Ella cangiò; tu impaziente e fiacco
     Or non essermi, o cor! s’ella ti fugge,
     L’orme sue non seguir: non abbia il vanto
     De la miseria tua; ma fermo e saldo
     A l’instabil ventura
     20Levati incontro, e dura!
     Addio, fanciulla: è forte
     La mente mia; nè prego mai nè voce
     Che ti cerchi d’amore

[p. 174 modifica] [p. 175 modifica]

     Dal mio labbro uscirà, quando già chiuso
     25A la voce d’amor sento il tuo core.
     Tu, derelitta, piangerai. Che vita
     Sarà, iniqua, la tua? Chi a te più mai
     Disïando verrà? Per qual pupilla
     Più splenderan le tue beltà fugaci?
     30A cui te stessa e l’amor tuo darai?
     Chi prenderà i tuoi vezzi e i morsi e i baci?
     Fermo a la rea ventura
     L’ostinato cor mio s’oppone e dura.