Catullo e Lesbia/Varianti/8. A sè stesso - VIII Ad seipsum

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Gaio Valerio Catullo, Mario Rapisardi - Catullo e Lesbia (Antichità)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1875)
Varianti - 8. A sè stesso - VIII Ad seipsum
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VIII.


Pag. 172.          Cum ventitabas quo puella ducebat.


Giano Dousa: Ducebat, idest condicebat; loco nimirum et tempore constituto; cum ego qtmsi ad condictum venirem. Ma il ducebat, ha, secondo me, una maggiore importanza. Lesbia non si contentava a dare appuntamenti; prendeva gli amanti per un braccio e li conduceva non soltanto a casa sua, ma dove più le faceva comodo. (Vedi Cicer., pro Cælio.)



Tra un buscherìo di lezioni quella adottata dallo [p. 242 modifica]Scaligero m’è parsa la migliore e l’ho preferita. Achille Stazio ne propone due:

Nunc iam illa non vult, tu quoque impotens noli;

ovvero:

                                        tuque inepte iam nolis.

Il codice di Commelino, che, tranne in pochi luoghi, è intero, legge:

Nunc iam illa non vult, tuque inepte et impote,

e il Vossio ingegnosamente corregge:

                                        tuque inepte et imposne
Que quæ fugit, etc.,

dividendo il neque. Ma benchè di simili libertà si trovi esempio in Omero, in Simonide e anche fra’ migliori poeti nostri, io credo che non s’abbia a ricorrere alla licenza, quando si tratta d’emendare un verso antico. Con codesto metodo si farebbe assai presto. Di ciò s’accorge il Vossio medesimo, e dopo d’aver tirata giù una predica sulla prima corruzione, finisce col darci un’altra variante:

tu quoque ipse te refer,

e dalla padella salta nella brace. Heinsio: impotem mentis; e Froehlichio: impetra hoc a te!


La lezione del secondo verso è quella che il Mureto ricorda d’aver veduta giovinetto in un vecchio [p. 243 modifica]esempiare. La ripetizione del quæ aggiunge molta forza all*espressione. Dei codici a penna ed a stampa parecchi hanno nulla; taluni nulli. Lo Scaligero invece di scelesta tene, legge scelesta rere sulla fede d’un manoscritto, ch’egli forse non ha mai veduto, e spiega: Tecum reputa quæ te manet vita; e non s’accorge, che esortar l’amica a pensare, a calcolare qual vita le rimanga, non è proprio di questo luogo, in cui la passione prorompe, e non è in corrispondenza con l’epiteto di scelesta, in cui si compendiano il disinganno il dolore e lo sdegno del poeta tradito, e la crudele soddisfazione di vedere abbandonata da tutti colei, che si disponeva ad abbandonarlo.

Il Vossio trovando in alcuni libri: nulla scelesta nec te, abborracciò subito: nullam scelesta noctem, con più coraggio del Fusco, che si era contentato di nulla nocte.


Pag. 174.          At tu, Catulle, destinatus obdura.


Turnebo emenda:

At tu, Catulled, obstinatus obdura;

la qual lezione, come Scaligero osserva, sembra più degna di Nevio ed Andronico che di Catullo. Non c’è ragione d’altronde di cambiare il destinatus in obstinatus, quando sì l’uno che l’altro hanno in origine lo stesso significato; e animo destinato diceano gli antichi per esprimere animo pervicace. Così infatti in certi dialoghi greco— latini, citati dallo Scaligero, troviamo: Uno animo destinati aut perire aut punire Alexandrum; dove destinati significa determinati, risoluti, ostinati. E destinare in senso di deliberar fermamente, stabilire, è usato [p. 244 modifica]da Cesare, Bell. Gall., l, 33: Infectis iis, quæ agere destinaverat; e da Livio, VII, 33: Morte sola vinci destinaverant animis. Epperò non è mestieri interpretare: Certus mori, destinatus mori, come fa il Marcilio (Aster. VIII), invocando a sproposito l’autorità di Valerio e di Tacito.