Pagina:Cennini - Il libro dell'arte, 1859.djvu/35

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prefazione. xxv

portanza; che forse, senza di lui, chi sa quant’anni ancora sarebbe rimasta ignorata; e adoperatovi tempo e fatica non piccola. Che se non riuscì a darne un’edizione quale sarebbesi desiderata e il libro esigeva, non fu tutta sua la colpa.

Ma è d’uopo ormai che venghiamo a dire della nostra edizione. E cominceremo da render conto dei codici.

A’ tempi di Domenico Maria Manni un esemplare di questo Trattato era conservato nella casa dei Beltramini di Colle di Valdelsa. Ma oggi non si sa che ne sia stato; e neppure riuscì di saperlo al Benci stesso, il quale ne fece molte e molte ricerche trentasette anni fa: anzi egli racconta che avendo avuto in mano il catalogo della libreria Beltramini fatto negli ultimi anni del secolo passato, non vi trovò notato il libro del Cennini. Furono alcuni i quali stimarono che il codice Beltramini fosse di propria mano di Cennino, senza mostrare le ragioni di questa loro opinione; ma non lo dicendo il Manni, che fu il primo a darne notizia, noi siamo tuttavia in dubbio di questa cosa, contentandoci di affermare che il più antico esemplare sia quello conservato nella Biblioteca Mediceo-Laurenziana. Il quale, secondo il Baldinucci, a cui fu insegnato da Anton Maria Salvini, è quello stesso che il Vasari vide nelle mani di Giuliano orafo senese. Il Benci dice che esso non è di lezione perfetta, e che oltre ad essere scomposto e turbato nell’ordine dei capitoli per mala legatura de quaderni, è anche mancante di alcuni di essi. Per altro lo giudica di più corretta lezione del vaticano, se bene tanto egli quanto il Tambroni pensino che questo sia esemplato da quello. Dice infine che Giovanni Lessi trasse copia di esso codice laurenziano coll’animo di metterlo alle stampe.

Il Codice Riccardiano segnato di n. 2190, che fu prima


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