Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/15

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PARADOSSO I.

Che quello che è onesto, quello sia il solo bene.

Io temo che ad alcuno di voi questo parlare non paia più tosto tratto dalle disputazioni degli Stoici che dal mio petto: nientedimeno io dirò il parere mio, e dirollo più brievemente che possa essere detta tanta cosa. Per Ercole io non mai stimai tra le cose buone e desiderabili le pecunie di costoro, né le case magnifiche, né l’abbondanze, né gl'imperii, né questi piaceri, da’ quali costoro sono massimamente legati: e spezialmente quando io vedessi, che gli uomini soprabondanti di tali cose desiderassino assai quelle cose, delle quali appresso a loro ne fusse grande copia. Imperocché la sete della cupidigia non mai si riempie o sazia: e non solamente gli uomini sono tormentati dalla voglia grande dello accrescere quelle cose, che essi hanno, ma ancora dalla paura del perderle. Nella qual cosa io sempre cerco la prudenza degli antichi nostri uomini continentissimi; i quali questi membri (1) della pecunia debili e commutabili stimavano dovere essere chiamati beni solo a parole: conciò sia cosa che alla pruova et a’ fatti molto altrimenti giudicassino (2). Or può essere bene ad alcuno tristo? o vero può alcuno nell’abbondanzia de’ beni essere altro che buono? Ma per certo noi veggiamo, che i tristi hanno ancora questi tali beni e che e’ nuocono a' buoni: per la quale cosa benché me dileggi chi vuole, nientedimeno di più pregio sarà appresso a me la vera ragione che l’opinione del volgo.