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SONETTO XII.


Et ne nos inducas in tentationem.


Vedi,o Signor, che debili armi, e frali
     Sono le mie contva le insidie inferne,
     E come le ribelli forze interne
     4Sieno all’anima stessa aspre, e mortali.
Nel fango immerse ha l’alma le sue ali,
     Vinto è da ciò che vuol ciò che discerne;
     L’alma fitta sul suolo le superne
     8Cose a scorger non vale, ed immortali.
Tu l’ignoranze mie, tu la sciocchezza
     Mia, pur, sai tutta; ed uom di carne, e d’ossa
     Come alma tenga al peggio inchina, e avvezza .
12Che fia dell’alma d’ogni virtù scossa?
     Armi di vetro aspro nemico spezza:
     Lungi lungi cimenti di mia possa.


SONETTO XIII.


Sed libera nos a malo.


Ma che dich’io? quanto vaneggio? io sono
     Debile è ver: ma ben tu se’ il possente.
     Deh non vacilli più l’egra mia mente.
     4Che tutto può della tua grazia il dono.
Sopra il lor naturai vigore, e tuono
     Aiutate da te veracemente
     Che tutte hai l’arti a nostro prode intente
     8Le nosrre forze tentate non sono.
Ben dal Ciel discacciato il rio maligno
     Spirto avversario ogni malizia adopra
     Per far cader ne’ suoi lacciuoli l’alma.
12Dio ver me volgi l’occhio tuo benigno:
     Creatore, deh salva la tua opra,
     E sul malvagio, o Sire, abbi la palma.