Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/108

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   64 i n f e r n o   ii. [v. 37-57]

l'uno, et all’altro fu conceduto da Dio, come è mostrato di sopra. Io; cioè Dante, non Enea; cioè s’intende non sono Enea, io non Paulo sono: Me degno a ciò, come furono ellino, nè io; Dante, nè altri il crede; cioè ch’io ne sia degno. Perchè; cioè per la qual cosa, se del venir io m’abbandono; cioè se io mi metto a venire, Temo che la venuta non sia folle; cioè stolta che non abbia effetto, e quel fine a che io mi sono mosso. Se’ savio; tu Virgilio, intendi mei; cioè meglio, ch’io non ragiono; cioè che io Dante non parlo. E sopra tutto questo si può intendere che allegoricamente il nostro autore volle mostrare che niuno possa sapere le cose dell’altra vita sanza special grazia di Dio, come à mostrato d’Enea e di santo Paolo, e di sotto mosterrà di sè.

C. II - v. 37-42. In questi due ternari pone il nostro autore una similitudine, nella quale mostra1 si mutò di proposito per la detta ragione, dicendo: E quale è quei; cioè colui, che disvuol ciò che volle; cioè che non vuole poi quel, che à voluto prima, E per nuovo pensier, che li sopravviene, cangia; cioè muta, proposta; cioè proponimento, Sì che dal cominciar tutto si tolle; sì che in tutto si rimane dalla cosa incominciata, Tal mi fec’io; cioè Dante, in quella oscura costa, della quale fu detto di sopra. Ch’a ciò pensando2, cioè alla quale pensando, consumai la impresa; cioè arrecai a fine la liberazione della materia che dovea incominciare, deliberatomi di non andare più innanzi, Che; cioè la quale impresa, fu nel cominciar cotanto tosta; cioè fu sì sollicita nell’incominciare.

C. II - v. 43-57. In questi cinque ternari pone il nostro autore come Virgilio rispondendo alla sua diceria, dimostra in generale quello che à compreso del suo dire, e cominciali a narrare la cagione del suo avvenimento, che fia liberazione del suo dubbio, dicendo: Se io ò ben la tua parola intesa; cioè se io Virgilio ò bene inteso la parola di te Dante, Rispose del magnanimo quell’ombra; cioè quell’anima del magnanimo Virgilio, L’anima tua è da viltate offesa; cioè se’ fatto vile d’animo, La qual, viltà, molte fiate l’uomo ingombra; cioè impaccia, Sì che d’onrata impresa lo rivolve; cioè lo tira a dietro, Come falso veder bestia quand’ombra. Fa qui una similitudine dicendo, che come la bestia si rivolge e torna a dietro, quando adombra per falso vedere; cioè che li par vedere quel che non vede; così l’uomo spesse volte torna a dietro di quello che à preso di fare, avendo paura di quello che non dee avere, parendoli quello che non è. Da questa tema; cioè da questa paura, a ciò che tu ti solve; cioè liberi. Qui mostra Virgilio a Dante la ragione, perchè non dee aver paura di seguire la impresa: però che questo non


  1. C. M.  dimostra come si mutò.
  2. Per che pensando.