Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/110

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   66 i n f e r n o   ii. [v. 43-57]

parte della ragione superiore che si chiama sinderesis, che è vocabolo greco che significa faccia1 del cuore ovvero ragione somma, facendo l’uomo intendere alle cose alte di Dio per contemplazione, che si chiama vita spirituale e contemplativa, però finge l’autore ch’ella lo guidasse dall’entrata del paradiso terrestre infino all’ultimo fine, per lo paradiso terrestro e celesto2 infino a Dio che è ultimo nostro fine sanza mezzo: però che a questo non basterebbe la ragione pratica e però conviene essere la contemplativa. E perchè di questi due gradi di vita, prima per la vita sensitiva et attiva, e poi per la spirituale e contemplativa, o almeno per l’uno di questi mena l’uomo la santa Teologia accompagnata con la grazia cooperante e consumante a beatitudine, ben se li conviene questo nome Beatrice, la quale convenientemente il nostro autore chiama donna, perch’ella è veramente donna dell’umana specie, e ben dice beata: però ch’ella à a beatificare, e, se non fosse beata, non potrebbe beatificare; imperò che niuno può dare quello che non à, e bella su può ancora dire, anzi bellissima: però che in lei è la vera bellezza. Li occhi che finge l’autore, che luceano più che la stella, sono la ragione e lo intelletto de’ santi uomini, i quali rilucono più che ogni stella e pianeta: imperò che in essi riluce la somma luce; cioè Idio infinito et eterno. E seguita: E cominciommi a dir soave e piana; essa Beatrice, s’intende, a me Virgilio. Veramente ogni soavità e pianezza è nella santa Teologia a muovere i nostri sentimenti, e la parte della ragione pratica et inferiore. Con angelica voce, in sua favella. Veramente la voce della santa Teologia è angelica, perch’ella dà vero conforto a chi l’ode, e da Dio è inspirata sanza mezzo per li angeli ne li uomini. In sua favella, dice, a denotare lo suo modo del parlare, lo quale è diverso dal nostro: imperò che il nostro è con errore e difetto; questo è sempre vero e perfetto3: e però che lo Spirito Santo parla in essa; et ancora quello è diversificato: imperò che ad alcuno minaccia, alcuno conforta, alcuno lusinga, ad alcuno parla in voce, et ad alcuno4 con ispirazione: imperò che Idio, mediante la sua grazia cooperante, ovvero consumante, tutti li suoi eletti conduce all’ultimo fine per quel modo che vede essere all’uomo più necessario, sicchè li dia salute.

C. II - v. 58-75. In questi sei ternari induce l’autore Virgilio manifestante il parlamento che li fece la donna che il mosse, poi

  1. C. M. fatica.
  2. Gli antichi per una certa uniformità di cadenza aveano ridotto anche parecchi aggettivi in o, oggi meglio adoperati in e; Terrestro, celesto, sublimo ed altri, seguendo i Latini, i quali pure ne ànno di varia desinenza.  E.
  3. Il codice Riccardiano manca delle parole, questo è sempre vero e perfetto, che si leggono nel M. E.
  4. C. M. ad alcuno con scrittura, et ad alcuno con spirazione.