Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/220

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
176 i n f e r n o

79Farinata e il Tegghiaio, che fur sì degni,1
     Iacopo Rusticucci, Arrigo, e il Mosca,
     E li altri ch’al ben far puoser l’ingegni,
82Dimmi ove sono, e fa ch’io li conosca:
     Chè gran disio mi strigne di sapere,
     Se il Ciel li addolcia o l’Inferno li attosca.
85E quelli: Ei son tra l’anime più nere:
     Diversa colpa giù li grava al fondo,2
     Se tanto scendi, li potrai vedere.
88Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
     Pregoti ch’alla mente altrui mi rechi:
     Più non ti dico, e più non ti rispondo.
91Li diritti occhi torse allora in biechi:
     Guardommi un poco, e poi chinò la testa:
     Cadde con essa a par degli altri ciechi.
94E il Duca disse a me: Più non si desta
      Di qua dal suon dell’angelica tromba,
     Quando verrà la nimica podestà: 3
97Ciascuna rivedrà la trista tomba,
     Ripiglierà sua carne e sua figura,
     Udirà quel che in eterno rimbomba.
100Sì trapassammo per sozza mistura
     Dell’ombre e della pioggia, a passi lenti,
     Toccando un poco la vita futura.4
103Per ch’io dissi: Maestro, esti tormenti
     Cresceranno ei dopo la gran sentenza,
     0 fien minori, o saran sì contenti? 5

  1. v. 79. C. M. e Tegghiaio,
  2. v. 86. più li gravò
  3. v. 96. podestà. Ad esempio dei Latini i nostri antichi profferivano senza l’accento. E.
  4. v. 102. C. M. Trattando un poco
  5. v. 105. C. M. sì cocenti?