Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/389

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c a n t o   xiii. 345

43Sì della scheggia rotta uscia insieme
      Parole e sangue; onde io lasciai la cima
      Cadere, e stetti come l’uom che teme.1
46S’elli avesse potuto creder prima,
      Rispose il Savio mio, anima lesa,
      Ciò ch’à veduto pur con la mia rima,
49Non averebbe in te la man distesa;
      Ma la cosa incredibile mi fece
      Indurlo ad opra, che a me stesso pesa.
52Ma dilli chi tu fosti, sì che in vece
      D’alcuna ammenda, tua fama rinfreschi
      Nel mondo su, dove tornar li lece.
55E il tronco: Sì col dolce dir mi adeschi,2
      Ch’io non posso tacere; e voi non gravi,
      Perch’io un poco a ragionar m’inveschi.
58Io son colui, che tenni ambo le chiavi
      Del cor di Federigo, e sì le volsi,
      Serrando e disserrando, sì soavi,
61Che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi:
      Fede portai al glorioso offizio,
      Tanto ch’io ne perdei le vene e i polsi.
64La meretrice, che mai dall’ospizio
      Di Cesare non torse li occhi putti,
      Morte comune, e delle corti vizio,3
67Infiammò contra me li animi tutti,
      E l’infiammati infiammar sì Augusto,
      Che i lieti onor tornaro in tristi lutti.

  1. v. 45. C. M. Come om che teme.
  2. v. 55. C. M. E il troncon: Sì con dolce dir
  3. v. 66. C. M. è delle corti