Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/420

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376 i n f e r n o   xiv. [v. 7-15]

selva: Quivi; cioè in su l’estremo della selva, fermammo; Virgilio et io Dante, i passi; cioè nostri, a randa a randa; cioè rasente rasente la rena, perchè in su la pianura non potavamo 1 scendere perchè v’era fuoco, come manifesta ora. Lo spazzo; qui comincia l’autor a narrare delle pene che vi sono, dicendo che lo spazzo 2 del girone, era una rena arida e spessa; cioè secca et assai insieme, Non d’altra foggia; cioè non d’altra materia, fatta, che colei; cioè quella rena, Che fu da’ piè di Caton già soppressa; cioè calcata. Qui fa una similitudine, dicendo che così era arida e spessa la rena del terzo girone, come quella di Libia, la quale calcò Catone con l’esercito suo; onde è qui da sapere la storia narrata per Lucano; cioè che poichè Marco Catone uticense trovò, che in Egitto era stato capitato 3 Pompeio dal re Tolomeo, dopo la sconfitta di Tessaglia, deliberossi d’andare col rimanente dell’esercito al re Giuba in Affrica, il quale era amico della parte di Pompeio: e messosi a passare per mare le secche di Barberia 4, ebbe vento contrario che sospinse parte del navilio per uno fiume in fra la terra in una palude che si chiama Triton, e parte del navilio fece pericolare. Quando Catone si vide in quella palude, deliberò di andare per terra e misesi per li luoghi diserti et arenosi e pieni di serpenti, confidandosi del tempo perchè allora era di verno; onde con grande affanno e con morte di molti de’ suoi per le morsure de’ serpenti, e con grandi incendi di calori e con grandi seti penò due mesi a passare quella rena, e pervenne a una città che si chiama 5 Lepti, e qui stette tanto che passò il verno, e poi finalmente vedendo che Cesare era tanto fortificato, che non c’era più speranza di rilevare la libertà di Roma, essendo in Utica uccise sè medesimo; e non morendo così tosto come voleva, posesi le mani alla ferita e stracciolla per morire più tosto; e però fu chiamato Cato uticense, perchè morì a Utica.

C. XIV — v. 16-30. In questi cinque ternari l’autor nostro finge li tormenti ch’erano nel terzo girone; ma prima pone una bella esclamazione la quale è colore retorico e molto à ad amplificare lo parlare, dicendo: O vendetta di Dio; cioè o giustizia di Dio: imperò che vendetta è propiamente sacramento d’ira, et in Dio non è ira, e però si dee intendere giustizia, quanto tu dei; tu giustizia, Esser temuta da ciascun, che legge; cioè questo mio poema ov’io ò scritto, Ciò che fu manifesto alli occhi miei; cioè ch’io ò finto ch’io vedessi! Et incomincia a toccar le pene che finge, che trovasse nel terzo girone, dicendo: D’anime nude vidi molte gregge; cioè brigate; e per

  1. C. M. potevamo — Anche la desinenza in avamo fu talora presso i Classici per la solita uniformità alla prima coniugazione. E.
  2. C. M. lo spazio
  3. C. M. decapitato
  4. C. M. Barbaria et ebbe
  5. C. M. si chiamò