Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/528

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   484 i n f e r n o   xviii. [v. 100-114]

dove era lo montone col vello dell’oro, fu invitato dal re Oete, re di Colco al palazzo suo e quivi stato alcun di’, manifestò la cagione del suo avvenimento; onde lo re Oete lo sconfortò che non intendesse a ciò, mostrandoli li grandi pericoli che v’erano. Ma avea lo re Oete una sua figliola che si chiamava Medea molto grande incantatrice, la quale s’innamorò di Giason, e colto tempo li parlò in segreto in una camera; e con lui stando e domandando Giason consiglio, si fe promettere che la prenderebbe per moglie e menerebbenela 1 seco: e promessolo con giuramento, ella insegnò il modo che dovea tenere ad acquistare quel montone; cioè come prima li convenia combattere col dragone e giugnere, vinto il dragone et i tori che gittavano fuoco, all’aratro et arare la terra e seminare li denti del dragone ucciso; e combattere con li uomini armati che di quelli denti doveano nascere. Ma s’elli l’incantasse, com’ella l’insegnerebbe, e gittasse una pietra tra loro, l’ira e il furore si convertirebbe tra loro et ucciderebbonsi insieme, e così addivenne. E per questo modo Giason, acquistato il montone del vello dell’oro, se tornò a casa sua menatosene seco Medea e non tornò a Isifile: e così ingannò Isifile, e così ingannò poi Medea, che, poi che n’ebbe figliuoli, la cacciò via e presene un’altra; e così ne ingannò due; cioè Isifile e Medea, e però dice l’autore: Quelli è Giason; lo qual io ti mostro, che per cuore e per senno; ch’elli ebbe, Li Colchi 2 del monton; del vello dell’oro, privati fene: però che l’acquistò. Elli passò, cioè Giason coi suoi, per l’isola di Lenno; ch’era d’Isifile figliuola del re Toante, Poi che le ardite femine spietate; di quella isola, Tutti li maschi loro a morte dienno; perchè li uccisono, come detto fu di sopra. Ivi con segni; di grandezza e 3 d’amore, e con parole ornate; ch’elli seppe dire, Isifile ingannò; esso Giason, la giovanetta, Che prima avea tutte l’altre ingannate; perdonando la morte al padre, e facendolo fuggire. Lasciolla quivi gravida e soletta; come detto fu di sopra: Tal colpa; d’ingannare Isifile, a tal martirio lui condanna; cioè d’essere sferzati dalli demoni, Et anco di Medea si fa vendetta; cioè dell’inganno che fece, come già è detto, Con lui; cioè con Giason, sen va chi di tal parte; cioè di tal setta e condizione, inganna; cioè le femmine a sè, come fece Giason; E questo basti della prima valle; cioè della prima bolgia, Saper, e di color che in sè assanna; cioè morde con pena e con tormento.

C- XVIII— v. 100-114. In questi cinque ternari l’autor nostro comincia a trattare della seconda bolgia, descrivendo la prima e dicendo come era fatta, dicendo così: Già eravam; Virgilio et io Dante,

  1. C. M. menerebela nella nave con seco:
  2. C. M. Li occhi del monton
  3. C. M. e d’onore, e con