Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/529

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dove lo stretto calle; cioè il ponte che sopra sta la prima bolgia, Con l’argine secondo s’incrocicchia; passando sopr’esso, e di sè e dell’argine fa una croce, E fa di quello; cioè secondo argine, ad un altro arco spalle; cioè all’arco secondo, che va sopra la seconda bolgia. Quindi; cioè d’in sul secondo argine, sentimmo gente, che sì; cioè per sì fatto modo, nicchia; cioè piagne, Nell’altra bolgia; cioè nell’altra fossa; cioè nella seconda, che col muso sbuffa; cioè 1 erge e leva il viso, E sè medesma con le palme picchia; cioè si batte con le palme sue. Le ripe; di questa fossa, eran gromate d’una muffa; ecco la ragione, Per l’alito di giù; cioè per la puzza che di giù su fiatava, che vi si appasta; a quelle ripe, Che con li occhi e col naso facea zuffa; cioè sì fatta era quella muffa, che offendea li occhi e il naso. Lo fondo; di questa bolgia, è cupo; cioè oscuro e cavo, sì, che non ci basta L’occhio a veder; cioè non bastava la vista a discernere quel che v’era, senza montare al dosso Dell’arco; cioè del ponte secondo, ove lo scoglio; cioè lo ponte ch’era d’una pietra, più soprasta; cioè ove elli è più alto. Quivi venimmo; cioè a quell’arco alto, ch’era sopra lo mezzo, Virgilio et io Dante, e quindi; cioè d’in su quello 2 arco, giù nel fosso; secondo, Vidi; io Dante, gente attuffata in uno sterco, Che dalli uman privadi parea mosso; cioè che parea che discendesse del mondo de’ luoghi comuni delli uomini, giù nella detta fossa. Veduto lo testo, ora è da notare 3 qual peccato si punisce in questa bolgia, e perchè l’autore finge che abbi tal pena. E prima è da sapere che l’autore finge che quivi si punisca lo peccato della adulazione; et adulazione, o vero lusinga, è compiacenzia mostrata al prossimo con parole o con atti contra la verità; e questo vizio è contrario all’asprezza, o vero garrulità: l’adulazione loda le cose da esser lodate, e le cose da esser biasimate; e così loda ogni cosa, et eziandio più che non si dee quelle da essere lodate: e questo fa, per compiacere al prossimo e cavare qualche cosa da lui; e l’adulazione è lo inganno ch’elli usa per venire alla compiacenzia, e per quella venire all’ultimo fine che elli desidera. Ma asprezza, o vero garrulità, è biasimare ogni cosa, come fanno li vanagloriosi e li invidiosi; ma qui l’autor nostro tratta pur delli adulatori, o vero lusinghieri, mostrando quanto è brutto e fetido lo vizio dell’adulazione, e pertanto li mette in sì fatta pena, per ch’elli vuole denotare la viltà, sozzezza e bruttura di tal vizio. E parlando dell’inferno litteralmente, ponendo li lusinghieri nella seconda bolgia nello sterco inviluppati, percotendosi e graffiandosi con le mani fastidiose 4, intende allegoricamente delli adulatori del mondo, li quali si fanno servi di ciascu-

  1. C. M. cioè soffia con la bocca, E sè
  2. C. M. di su quell’altro, giù
  3. C. M. da vedere qual
  4. C. M. fastigiose,