Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/671

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con serpi che passano loro le reni col capo e con la coda, e sta l’uno con l’altro aggroppato, perchè l’opera fraudulenta del furo à capo e coda; cioè principio e fine, da la volontà che si pone nel cuore, involta e non separata: imperò che il furo indistintamente nel principio, mezzo e fine usa inganno implicito, l’uno con l’altro; e però à detto quel che detto è di sopra nel testo. E seguita: Con serpi le man dietro avien legate; quelli miseri peccatori ch’erano nella settima bolgia, Quelle; cioè serpi, con ch’erano legate le mani di rietro, ficcavan per le ren; che significano la concupiscenzia: però che lo fine della fraude del furo è adempiere le sue concupiscenzie, la coda; che significa lo fine, E il capo; che significa il principio: però che il principio e il fine s’accorda insieme, intendendo a quel che detto è, et eran dinanzi aggroppate; questo significa che il fine, et il principio nel libero arbitrio del cuore si legano insieme, e consente a volontà per adempiere le sue concupiscenzie. Seguita ora a vedere quello ch’ aviano lasciato; cioè le compagne e le figliuole di questo peccato, e li suoi rimedi. E prima le compagne del furto sono cinque; cioè fraude che sempre va seco, anzi lo guida; la paura che viene dalla coscienzia, che sa che fa male; la viltà dell’animo, che non li dice l’animo d’altrimenti vivere; pigrezza di non volere lavorare; e la simulazione che sempre mostra una cosa per un’altra. E le sue figliuole sono sei; cioè infamia: imperò che questo peccato fa molto l’uomo infame; dissoluzione: imperò che fa l’uomo dissoluto, quando viene la roba di rimbalzo che non vi si dura fatica, l’uomo la spende nella golosità e diletti carnali; odio: imperò che il furo è odiato da ogni uomo; scacciamento: però che ognuno lo scaccia; et all’ultimo la morte vituperosa, se è giunto nel peccato; e la morte eterna, se si muore sanza finale penitenzia. Li rimedi contra sì fatto vizio sono tre; cioè esercitamento della persona ad onesto esercizio, sicché abbia le sue necessità; temperamento delle concupiscenzie; pensamento della infamia e della pena, e conversazione coi buoni.

C. XXIV — v. 97-105. In questi tre ternari l’autor nostro tratta della prima spezie de’ furi, che non ànno proposito di furare e non sono abituati ad essere furi; ma quando sono in luogo dove possono furare, vedendosi tempo e luogo, furano: imperò che si dice: Saepe occasio furem facit; e quando ànno fatto 1 e’ non vorrebbono averlo fatto; ma per vergogna, o altra cagione, non si sanno recare a restituirlo, e però finge l’autore che sieno dannati e per congruenzia finge che abbino nell’inferno questa pena; che uno serpenti 2 trasfori loro

  1. C. M. ànno fatto lo furto, cognosceno che anno mal fatto, e non vorrebbeno
  2. C. M. serpenti trafori