Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/703

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[v. 145-151] c o m m e n t o 659

C.XXV— v. 145-151. In questi due ternari e uno verso il nostro autore manifesta quelli che non era mutato, e lo mutato di serpente in uomo circunscrive, dicendo: Et avvegna che lì occhi miei; parla di sè l’autore, confusi Fossono alquanto; vedute le soprascritte mutazioni e trasmutazioni, è l’animo smagato; cioè cambiato e mancato 1 della sua prespicacità e sottigliezza, che bisognava che fosse e dovea essere, vedendo et avendo a trattar cose oltre a natura. E questo finge per mostrare che li uomini si stupefanno 2, maravigliandosi delle fraudi de’ furi, Non poter quei; cioè lo mutato di serpente in uomo, e l’altro ch’ancor non era mutato, fuggirsi tanto chiusi; e per questo finge l’autore eh’essi fuggissono chiusi, per non esser conosciuti da lui; et in questo si manifesta la condizione del furo, che sempre cerca d’occultarsi, Ch’io non scorgessi ben Puccio Sciancato; questi fu cavalieri e fu fiorentino come li altri, Et era quel che sol de’ tre compagni, Che venner prima; come appar di sopra, non era mutato; in alcuno modo, come appare di sopra: l’altro era quel, che tu, Gaville, piagni. Qui circunscrive lo mutato di serpente in uomo, che fu messer Francesco de’ Cavalcanti che fu morto da quelli di Gaville, ch’è uno castello di Fiorenza, per ingiurie ch’avea fatte loro, onde li Cavalcanti poi n’uccisono assai di loro in vendetta di lui; e però dice l’autore che tu, Gaville, piagni. E qui finisce lo canto xxv: seguita lo xxvi canto.

  1. C. M. cambiato emulato della sua perspicacità, che dovea essere vedendo cose oltra natura.
  2. C. M. li omini si spaventino e meravigliansi delle fraudulenzie dei furi,