Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/72

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   28 i n f e r n o    i.    [v. 10-21]

però che li nacque speranza di potere uscire della selva. Che nel lago del cor m’era durata. Questo dice, perchè nel cuore umano è una concavità vacua quanto all’apparenzia. Ma qui dicono li fisici1 stare li spiriti vitali, e quivi sono le nostre passioni mentali. Dice: La notte, ch’io passai con tanta pieta; cioè quella notte sopra il venerdi’ santo nel 1300, ch’elli s’accorse del suo errore, e dice con tanta pieta; cioè con tanto lamento che ne serebbe2 d’avere pietà et è colore rettorico che si chiama denominazione, quando si pone lo susseguente per lo precedente.
     Ora, sopra questa parte, veduta la lettera, è da vedere l’intelletto morale o vero allegorico lo quale è questo. Il nostro autore continuando alla sentenzia allegorica, posta di sopra, della selva e delle sue condizioni, risponde prima qui a una tacita obiezione, che si potrebbe fare e susseguentemente mostra, onde li venne conforto alquanto alla sua paura. Potrebbesi adunque dire: S’ella era così fatta, come v’entrasti? e rispondendo, dice che non sa ridirlo, perchè era pieno di sonno mentale. Si dee intendere, e questo dice: però che il giudicio della ragione in quelle dette etadi sta addormentato e lasciasi lo uomo guidare alla sensualità, andando dietro alla concupiscenzia, abbandonando la verace via delle virtù, che mena l’uomo a Dio, come fu detto di sopra; e però ben si può dire addormentata quella mente. Aggiugne poi onde li venne speranza, onde mancà3 la paura; cioè quando fu giunto al colle delle virtù. E però finge che la valle finisca appiè del colle: chè il discorso della vita umana procede a questo modo, che l’uomo nella puerizia et adolescenzia seguita li beni falsi mondani, credendo che siano quel vero bene che ciascuno naturalmente desidera, e però s’inviluppa in diversi peccati e vizi4 et entra poi nella vita viziosa e piglia la via

  1. C. M.  li filosofi.
  2. I pratici di nostra lingua non maraviglieranno punto, se noi lasciamo correrre qua e là certe voci, le quali oggi più non userebbe veruno scrittore. Nel trecento la cosa camminava diversamente, e serebbe era naturale figliuola del verbo sere del quale vivono tuttora le altre sei, semo, ec. Lo stesso è a dire di sirebbe, sirò che pure si odono in bocca del popolo e nascono dal verbo sire, padre anch’esso di siemo, siete, e simili.  E.
  3. In sul formarsi della nostra favella i padri nostri, incerti come configurare i diversi tempi de’ verbi, si attennero alle coniugazioni latine ed assegnarono alla prima i verbi in are, alla seconda quelli in ere, e i verbi in ire alla terza. Di qui venne il passato indicativo nella terza singolare in a con accento o senza, in e, ed in i, i quali tutti furono pure soggetti ad altre modificazioni per uniformità di cadenza: perocchè vi si aggiunse qualche sillaba a cagione d’eufonia. Ora la voce dell’uso nella prima coniugazione è in ò; ma in antico era l’altra, la quale à porto il fondamento alla terza plurale con la solita giunta del ro o rono; ama-ro, ama-ronoE.
  4. C. M.  s’inviluppa in diversi peccati e vizi. Ma poi ch’elli cognosce ec.