Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/757

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ambasciata li diede, incominciato ad alzare già lo piede per andarsene; e poi che ebbe data la imbasciata, lo stese in terra a partirsi. E qui finisce la sentenzia litterale della prima lezione: ora è da vedere il testo con l’esposizioni.

C. XXVIII — v. 4-6. In questi due ternari l’autor nostro incomincia lo canto, e premette scusa inanzi, perché sa che nel processo li verrà usato vocaboli non netti, nè puliti come altrove, dicendo che di questo è cagione la materia; e però dice: Chi poria mai; cioè potrebbe mai, pur con parole sciolte; cioè solamente con vocaboli eletti, come si convengono al parlar pulito, et ancora alle rime per far la consonanzia, Dicer del sangue e delle piaghe a pieno; cioè sufficientemente, Ch’io; Dante, ora vidi; cioè quando finsi ch’io fossi menato da Virgilio, la notte del venerdì’ santo sopra al sabato santo, a veder l’inferno e parte del purgatorio, come appare nel poema, per narrar più volte; cioè, benché ne parlasse più volte, non se ne potrebbe mai dire a pieno, pur con parole sciolte; cioè sparte in prosa, non che in rima, ch’è uno parlar quasi dica legato al suono et a piedi e sillabe diversi? E così appare che questo detto viene a determinare quel Dicer a pieno, che va innanzi. Ogni lingua per certo verria meno; cioè certamente ogni lingua mancherebbe, Per lo nostro sermone e per la mente, Ch’ànno a tanto comprender poco seno; ora rende la cagione di questa impossibilità, la quale è questa; che il nostro parlare et ancora la nostra mente; cioè umana, ànno poca virtù a tanto comprendere; e parla per similitudine che, come grande senno 1 comprende grandi cose; così lo piccolo senno 1 comprende piccole cose. Et è qui da notare che il nostro parlare non può avere perfezione, perchè più sono le cose che li vocaboli; e similmente la nostra apprensione è atto finito, benché per potenzia sia infinita.

C. XXVIII — v. 7-21. In questi cinque ternari l’autor nostro, cominciando a narrare i tormenti della nona bolgia, mette inanzi cinque similitudini di gran battaglie ove fu grande tagliamento e guastamento di uomini, dicendo che, se tutti li guasti e dimoncati 2 e squarciati in quelle battaglie, le quali tutte furono in Italia, si ragunassono insieme e mostrassono le loro ferite, nulla sarebbe a pareggiarsi con quelle ch’erano nella nona bolgia, della quale elli al presente intende di trattare; e però dice: S’el s’adunasse; cioé insieme, ancor tutta la gente, Che giace in su la fortunata terra; cioé fatta a’ Troiani; et intende d’Italia la quale fu fortunata a’ Troiani, come dice Virgilio; o vero, perchè Italia fu avventurata nelle battaglie a soggiogare co’ Romani tutto il mondo, Di Puglia; questa Pu-

  1. 1,0 1,1 C. M. seno
  2. C. M. feriti e