Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/813

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divisione del canto, dove l’autor compie di trattare della x et ultima bolgia, e fa menzione speziale di maestro Adamo e di Sinon greco; e dividesi questa parte in otto parti: imperò che prima induce a parlare lo maestro Adamo, del quale a detto di sopra ch’era idropico, a sè et a Virgilio, narrando della sua pena; nella seconda manifesta la sua colpa, che fu cagione della sua pena, quivi: La rigida Giustizia, ec.; nella terza manifesta lo suo desiderio, ch’elli avea di vedere coloro ch’elli furono cagione della sua colpa, quivi: Dentro c’è l’una; ec.; nella quarta pone come Dante medesimo domanda lui delli altri due che gli erano a lato, e com’elli risponde, quivi: Et io a lui: ec.; nella quinta pone come questo maestro Adamo si percosse con Sinone, quivi: E l’un di lor; ec.; nella sesta, come maestro Adamo si villaneggiò insieme con Sinone, poi che s’ebbono percossi, quivi: Ond’ei rispose: ec.; nella settima, come era attento a udire questi due villaneggiarsi insieme, e come Virgilio nel riprende, e com’elli se ne vergogna, quivi: Ad ascoltarli ec.; nell’ottava pone come Virgilio lo conforta, quivi: Maggior difetto ec. Divisa adunque la lezione, è da vedere la sentenzia litterale la quale è questa.
     Poi che Dante s’era rivolto a riguardar li altri dannati, partiti via li due rabbiosi, et era attento a riguardare uno idropico, come detto fu di sopra, dice che questo idropico cominciò a parlare a lui et a Virgilio, dicendo: O voi, che sete sanza pena, e non so perchè, in questo misero mondo, guardate alla miseria di me che sono il maestro Adamo: quand’io fui vivo, ebbi assai di quel ch’io volli, et ora non posso avere una gocciola d’acqua, e sempre ò innanzi li rivi dell’acque che sono in Casentino; e questo pensiero mi dà più pena che non fa il pizicore che io ò nella faccia, ond’io m’insanguino; et aggiugne la colpa che l’à fatto condannare a sì fatta pena, e dice la cagione, il perchè in Romena, che è uno castello di Casentino, elli falsò la lega de’ fiorini, mettendovi tre carati di’ mondiglia, per la qual cosa elli fu arso in Firenze; e nomina quelli conti che li feciono fare quella falsità, mostrando che abbia maggior desiderio di vederli quivi seco, che bere dell’acque di Fontebranda di Siena. E dice che già l’uno di coloro v’era dentro, se vero li diceano quelli arrabbiati che correano per la bolgia; et a dimostrare lo desiderio ch’elli avea di vederlo, dice che s’elli potesse pure in cento anni andare una oncia, elli si sarebbe messo a cercare per la bolgia, ben ch’ella giri undici miglia e sia largo un mezzo miglio; onde Dante poi domanda lui chi sono li due, che li giaciano dal lato ritto. Et elli risponde che l’una è la reina che fu moglie di Faraone, che accusò Gioseppo di falso, e l’altro è Sinone greco, che ingannò i Troiani con le sue bugie; et allora dice che quel Sinone, arrecatosi a noia di essere nominato, percosse lo maestro Adamo in sul ventre; e maestro Adamo

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