Pagina:Commedia - Inferno (Tommaseo).djvu/53

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ANCORA DBLL AMORE DI DANTE. XLV fredi non perdevano il dominio di Faenza se non per dar luogo a Mainardo e al Polentano. Giacomo di Sicilia man- dava indarno Giovanni da Precida al Papa per offrire le sue forze alla nuova crociata, perchè il Papa ubbidiva al cenno straniero; invano CarJo Martello, il lodato da Dante, figliuolo al re di Napoli e nipote al re d'Ungheria, la co- rona ungarica s'aspettava. Per raccogliere molte cose in una, i forti, dalle reciproche ambizioni fiaccati, tramando rovina agli altri, la preparavano a sé; i piccoli tiranni della discordia de' popoli e delle brighe de' principi appro- fittavano per farsi grandi. Le libertà frattanto d'Italia pe- rivano. Invano Milanesi, Cremaschi, Bresciani, Cremonesi, Co- maschi a danno del Monferrino invasore s'univano; po- scia .Astigiani, Milanesi, Piacentini, Cremonesi, Bresciani e Genovesi: invano al soldo de' liberi popoli accorreva un conte di Savoja con cavalieri, con balestrieri, con fanti. Brevi erano le concordie, fugaci della concordia gli effetti, instanca' ili le ire, i frutti dell'ira immortali. Piacenza già s'arma contro Pavia, Genova contro Pisa: fra le mura di Rimini risse e sangue; in Imola gli Alidosi coi Nordili a fiera battaglia: e Bologna accorre per dare vittoria ai Nor- dili, e per adeguare a terra ogni bellico guarnimento della città. La pace gravida di nuove sventure. feconda di servitù nuove la guerra. La causa dei popoli incauti ogni giorno più in ba«so, o^ni giorno più in alto la causa degli "astuti oppressori. Tale era nel 1290 l'Italia. E già le sventure della patria a più forti pensieri chiamavano e a più maschi af- fetti r infelice Allighieri.