Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/167

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c a n t o   vi. 155   

106E nolL’ abbatta esto Carlo novello
     Coi guelfi suoi; ma tema de li artilli
     Che a più alto leon trasser lo vello.
109Spesse fiate già pianser li filli1
     Per la colpa del padre, e non si creda2
     Che Dio trasmuti l’ arme per suoi gilli.
112Questa picciola stella si correda
     Di buoni spirti che son stati attivi,
     Per che onor e fama li succeda.
115E quando li disiri poggian quivi
     Sì disiando, pur convien che i raggi3
     Del vero amore insù poggin men vivi.
118Ma nel commensurar dei nostri gaggi4
     Col merto è parte di nostra letizia,
     Perchè nolli vedian minor, nè maggi.5 6 7
121Quinci adolesce la viva iustizia8
     In noi l’ affetto sì, che non si puote
     Torcer giammai ad alcuna nequizia.
124Diverse voci fanno dolci note;
     Così diversi scanni in nostra vita
     Renden dolce armonia tra queste rote.
127E dentro alla presente margarita
     Luce la luce di Romeo, di cui
     Fu l’ opra grande e bella e mal gradita.
130Ma i Provenzai, che fecer contra lui,9
     Non n’ ànno riso; e però mal cammina10
     Qual si fa danno del ben fare altrui.11

  1. v. 109. C. A. Molte fiate
  2. v. 110. C. A. dei padri,
  3. v. 116. C. A. Sì disviando,
  4. v. 118. Gaggio; dal provenzale gatge, adoperato da Giraldo di Bornello, e vale mercede, premio. E.
  5. v. 120. C. A. non li vedèm
  6. v. 120. Vedian; prima persona plurale, con buon successo terminata coll’n perchè seguitata da un m. E.
  7. v. 120. Maggi; maggiori, dal singolare maggio che tuttora s’ accoppia ad alcuni sustantivi, come Rio Maggio, Via Maggio. E.
  8. v. 121. C. A. addolcisce
  9. v. 130. C. A. Provenzali, che fer
  10. v. 131. C. A. Non ànno
  11. v. 132. C. A. Chi a sè fa danno per ben