Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/221

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e con l’aiuto di Belloveso, e puosensi dove è Verona e Brescia; poi vennono li Bui 1 e li Salini e puosensi a Pavia; poi li Bui 2 e Lingoni passorno, e non trovando di là dal Po dove potessono stare, passorno di qua e cacciorno li Toscani e li Umbri; ma non passorno Appennino; poi a dugento anni vennono li Senoni sotto Brenno loro duce, e co l’aiuto di costoro infestorno Roma, come detto fu di sopra. Questi popoli, quando vennono di Francia e di Germania, vennono colle barbe grandi, e però furno chiamati Longobardi, quasi Longobarbi, poi furno chiamati Lombardi. Questi Lombardi, che allora si chiamavano Longobardi, al tempo di papa Adriano infestorno molto li Romani e la Chiesa; unde lo papa predetto coronò Carlo Magno re di Francia, e fecelo venire in Lombardia a domare li Lombardi, e prese in Pavia lo re Desiderio e la moglie, e mandogli presi in Francia e fecegli mettere in prigione, e restituitte ai Romani tutto ciò che aveano tolto loro li Longobardi, et a la Chiesa di Roma similmente e tutto ciò che gli avea dato lo suo padre, cioè lo re Pipino, et oltre a ciò lo ducato di Spuleto e Benevento, e fu fatto patrizio di Roma. Ma poi che rimisse papa Leone quarto sopradetto in Roma, al quale li Romani aveano tagliato la lingua e cavato gli occhi, racquistato la lingua e gli occhi per divino miraculo e fatto vendetta dei nimici del detto papa, fu chiamato per li Romani imperadore e tenne lo imperio anni 14, mese uno e di’ quattro; e però dice l’autore: E quando il dente longobardo; cioè quando la rabbia de’ Lombardi, che si chiamavano Longobardi, e la fame dell’avere che è notata per lo dente, morse La santa Chiesa 3; togliendoli le sue tenute e le sue intrate, e similmente ai Romani, sotto le suo ali; cioè dell’aquila imperiale la quale portò per insegna, siccome duce dei Romani, Carlo Magno; figliuolo del re Pipino e della reina Berta, vincendo la soccorse; cioè la santa Chiesa e li Romani, racquistando loro quello che era stato loro tolto dai Lombardi.

C. VI — v. 97-111. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come Iustiniano, che introdusse di sopra a parlare della insegna dell’aquila, conchiude la cagione per la quale si mosse a parlare di ciò, dicendo: Ormai; cioè ora mai, cioè oggimai, può’; cioè tu, medesimo Dante, iudicar di quei cotali; cioè di quegli così fatti, cioè guelfi e ghibellini, Ch’io; cioè li quali io Iustiniano, accusai di sopra; quando dissi: Perchè tu veggi con quanta ragione Si muove contra ’l sacro santo segno, E chi’l s’appropria e chi a lui s’oppone,— e de’ lor falli; cioè dei ghibellini che s’appropriano la insegna dell’aquila, e

  1. C. M. venneno li Libini e li Sallini
  2. C. M. li Boi e Lingoni
  3. C. M. Chiesa; cioè quando la fame canina de’ Lombardi, che erano chiamati Longobardi; cioè l’avarizia bramosa, denotata per lo dente, rubbò la santa Chiesa, tolliendoli

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