Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/388

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     376 p a r a d i s o   xii. [v. 127-141]   

verrebbe alcuno della prima vita: Io mi son quel ch’io sollio; cioè io sono tale, quale solevano essere li frati nella prima vita. Ma non fie da Casal; cioè quel così fatto non sarà di Casale: questa è una terra unde nacque uno frate, che fu ministro generale che allargò la regola di santo Francesco con sue costituzioni, nè d’Acquasparta; questa è una terra unde fu un altro frate che, essendo ministro generale, strinse la regola di santo Francesco con sue costituzioni, e però dice: Là onde; cioè da’ quali luoghi, vegnon tali, cioè sì fatti ministri, a la scrittura; cioè a la regola scritta di santo Francesco, Ch’uno; cioè che l’uno, cioè quello da Casale, la fugge; cioè la scrittura, cioè la regola scritta allargandola co le costituzioni, e l’altro; cioè quello d’Acquasparta, la coarta; cioè la stringe la scrittura, cioè la regula scritta, stringendola co le costituzioni. E così non l’anno lassata nel modo che la fece santo Francesco; nel qual modo l’anno e tegnalla 1 regula de’ frati minori, secondo che l’autore finge, e de’ suoi frati osservatori, e guastatori di quella. E dopo questo finge l’autore ch’elli nominasse sè, e quelli che erano con lui nel secondo detto cerchio, che venne poi, e che era intorno al primo.

C. XII — v. 127-141. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come frate Bonaventura, continuando lo suo parlamento, manifesta a Dante chi elli è e chi sono li compagni che sono con lui, dicendo: Io; cioè che t’ò parlato infine a qui, son la vita; cioè sono l’anima: imperò che l’anima è quella che vivifica lo corpo umano, di Bonaventura; cioè di frate Bonaventura, che fu dell’ordine di santo Francesco e fu maestro in Teologia 2, Da Bagnoreo; cioè nato da quello luogo, che si chiama Bagnoreo che è una terra della Marca, che; cioè lo quale maestro Bonaventura, ne’grandi offici: imperò ch’elli fu cardinale della corte di Roma et anco ebbe innanti offici nell’ordine suo, o forse, prima fu vescovo; li quali tutti sono grandi offici, Sempre pospuosi; cioè io Bonaventura reputai minore 3, la sinistra cura; cioè la cura delle cose temporali. Due sono le cure che conviene avere ogni uno che è preposto nella chiesa d’Iddio; cioè l’una de le cose temporali: imperò che le conviene tenere famillia, e questa si chiama cura sinistra; l’altra de le cose eterne, e questa si chiama destra: imperò che è quella che ci beatifica. L’uomo è composito d’anima e di corpo e convielli curare l’una e l’altro; ma non debbe essere pari l’una cura all’altra. Lo corpo è cosa temporale, e però meno debbe essere pari l’una cura all’altra e la cura

  1. Tegnalla; tegnanla, come più sotto convielli per convienli. E.
  2. C. M. in Teologia e scrisse le sentenzio e fece molti libelli e trattati nella santa Scrittura Da
  3. C. M. minore e vile, la