Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/57

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può essere perfettamente contenta, e però dice l’autore che qui si vive; ma non si sazia l’anima de la dottrina celeste. Metter potete; cioè voi altri pochi, de’quali è stato detto di sopra, ben per l’alto sale; cioè per lo profondo mare della mia poesi, Vostro navilio; cioè lo vostro ingegno, servando mio solco; cioè osservando lo mio vestigio: solco è lo vestigio che fa la nave quando va per mare sì, che è come segno a chi vuole seguitare la nave: ma dura poco: imperò che l’acqua subito scorre e pareggiasi, unde dice: Dinanzi che ritorni; cioè lo solco, equale; cioè pari, a l’acqua; cioè a l’altra acqua del mare; e però questo dà ad intendere che quelli, che ànno dato lo suo studio a la sapienzia ne la quale si comprendeno tutte le scienzie con la santa Teologia, infin da puerizia possono seguire lo suo poema osservando lo suo modo del procedere poeticamente; lo qual modo di dire è sotto figurazioni e dire, secondo la lettera fingendo e secondo l’allegoria veramente e teologicamente. E questo modo del dire torna equale in poco tempo; cioè quando viene chi non fa differenzia da l’uno intelletto a l’altro e pensa ogni cosa essere finta, e nulla essere detto veramente, ogni cosa essere detta veramente e niuna cosa essere finta. Et arreca per similitudine la fizione poetica, dicendo che li compagni di Iasone non si maravigliorno di lui, quando lo viddono arare la terra per seminare li denti del serpente, dei quali nacqueno li omini armati che s’uccisono insieme; della quale fizione fu detto di sopra, come vi meraviglierete voi quando vedrete me fatto navicare 1 per sì fatto mare; e però dice: Quei gloriosi; cioè quelli Greci, che per amore di gloria si miseno ad andare per compagni di Iasone ad acquistare lo veglio dell’oro, che; cioè li quali, passaro a Colco; cioè nell’isola di Colco, nella quale era lo montone col veglio dell’oro, che era nel regno del re Oeta, partendosi di Grecia, Non s’ammiraron; cioè non si maraviglionno, come voi farete; ciò come vi meraviglierete voi di me, diventato marinaio e navigatore di sì fatto pelago, Quando Iason; figliuolo del re Esone, vidder fatto bifolco; cioè vidono fatto aratore arando coi buoi consecrati a Marte, che gittavano fuoco per le nare del naso, e seminare li denti del serpente, unde nacquono li omini armati che s’uccisono, come detto è: imperò che maggior fatto è vedere me poeta poeticamente essere intrato a trattare della celeste beatitudine de’beati, che Iasone che era figliuolo di re diventare 2 bifolco: imperò che maggior fatto e maggior fatica è a montare che a descendere. Lo poeta trattare della beatitudine celeste è montare, e lo re arare è descendere; e però maggiore meraviglia è che lo nostro autore poeta sallia a trattare della beatitudine e delle cose divine, che

  1. C. M. navigante
  2. C. M. diventato bifolco ;