Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/594

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     582 p a r a d i s o

103Sì mi prescrisser le parole sue,
     Che io lassai la question, e me ritrassi
     A dimandarlo umilmente chi fue.1
106Tra i du’ liti d’Italia surgon sassi,
     E non molto distanti a la tua patria,
     Tanto che i tuoni assai suonan più bassi,2
109E fanno un gibbo, che si chiama Catria,
     Sotto lo quale è consecrato un ermo.3
     Che suol esser disposto a sola latria
112Così ricominciommi il terzo sermo;
     E poi continuando, disse: Quivi
     Al servigio d’Iddio mi fei sì fermo.
115Che pur con cibi di liquor d’ulivi
     Lievemente passava caldi e gieli,4
     Contento nei pensier contemplativi.
118Render solea quel chiostro a questi Cieli
     Fertilemente, et ora è fatto vano,
     Sicchè tosto convien che si riveli.
121In quel luogo fu’ io Piero Dammiano;
     E Pietro peccator fui ne la casa
     Di Nostra Donna in sul lito adriano.
124Poca vita mortal m’era rimasa,
     Quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
     Che pur di male in peggio si travasa.
127Venne Cephas, e venne il gran vasello5
     De lo Spirito Santo, magri e scalzi
     Prendendo ’l cibo da qualunche ostello.6

  1. v. 105. C. A. dimandarla
  2. v. 108. C. M. che i buoni
  3. v. 110. C. A. Di sotto al
  4. v. 116. C. A. i caldi e’ gieli,
  5. v. 127. C. M. vagello
  6. v. 129. C. M. qualunque ostello.