Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/595

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c o m m e n t o 583

130Or vollion quinci e quindi chi rincalzi
     Li moderni pastori, e chi li meni:
     Tanto son gravi, e chi di rieto li alzi.
133Cuopren dei manti loro i palafreni,
     Sicchè due bestie van sotto una pelle:
     0 pazienzia, che tanto sostieni!
136A questa voce vidd’io più fiammelle
     Di grado in grado scender e girarsi,
     Et ogni giro le facea più belle.
139D’intorno a questa vennero e fermarsi,
     E fer un grido di sì alto suono,
     Che non potrebbe qui assimigliarsi;
     142 Nè io le ’ntesi: sì mi vinse il tuono.1

  1. v. 142. C. A. lo intesi :




c o m m e n t o


Già eran li occhi miei ec. Questo è lo xxi canto di questa terza cantica, nel quale l’autore finge come montò dal sesto al settimo, cioè da Iove a Saturno. E dividesi questo canto in due parti: imperò che prima dimostra quale si fe Beatrice nel vii pianeto, e come quelli beati spiriti che quine si rappresentavano come li vidde, e come uno si fece in verso lui, e come li fece dimandita 1; nella seconda parte dimostra come quella anima beata li rispuose, et incominciasi quine: Poi rispuose l’amor ec. La prima, che sarà la prima lezione, si divide in sei parti: imperò che prima dimostra quale vidde Beatrice poi che fu sallito a quello vii pianeto, e quello ch’ella disse; nella seconda parte finge chente elli vidde quel pianeto descrivendolo, et incominciasi quine: Qual savesse ec.; nella terza parte finge come quelli beati spiriti, che quine si rappresentavano, li pareano ascendere e descendere per una scala la cui altezza non vedeva, e come uno beato spirito fiammeggiò in verso lui, perch’egli s’accorse che li voleva parlare, et incominciasi

  1. Dimandita, dimanda, dimando voci sempre vive tra il nostro popol E.