Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/632

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a discernere e vedere le viltà del mondo, sicchè bene ti puoi rivolgere a guardare lo mondo, senza timore che lo suo sguardo t’inganni e tiriti a sè. Di sopra sempre àe detto che quanto l’omo più monta in su, tanto più schiara Io intelletto; imperò che più s’approssima a Dio. E questo montamento s’intende mentale e non corporale, del quale dice santo Agustino: Accedendo enim ad Dominum illuminatur ignorantia et corroboratur infirmitas, data sibi intelligentia qua videat, et charitate qua serviat. — E però, prima che tu: cioè Dante, più t’illei; cioè più t’approssimi a lei, cioè a la salute ultima, cioè Iddio: illeare ene in lei entrare, et è verbo derivato da questo vocabulo ella, come spesso l’autore finge 1 sì fatti verbi, Rimira in giù; cioè ragguarda tu, Dante, giuso a le cose del mondo, e vedi quanto mondo; cioè come grande mondo, o vero quantità del mondo, Sotto li piedi già esser ti fei; secondo la lettera òne fatto essere sotto li tuoi piedi, chè se’ già montato a l’ottava spera: e, secondo l’allegoria, òne fatto essere sotto la tua affezione: imperò che la santa Scrittura t’à fatto dispregiare lo mondo, e ponere l’affezione a Dio. Sicchè ’l tuo cuore, cioè di te Dante, quantunche giocondo; cioè in ogni modo allegro, S’appresenti a la turba triunfante; cioè a la turba e moltitudine che triunfa in paradiso, senza avere affezione a le cose mondane, Che; cioè la quale turba, lieta vien per questo etere tondo; cioè per questo cielo tondo, cioè per questa ottava spera che è tonda come sono tutte l’altre; e benchè aether sia l’aire puro che è sopra l’aire grosso, qui si pone per lo cielo, come usanza è de’poeti di ponere una parte per un’altra. Col viso; cioè mentale, quanto a la verità; ma, quanto a la lettera, corporale di me Dante, ritornai; cioè io Dante, per tutte quante Le sette spere; cioè dei sette pianeti detti a drieto, e viddi questo globo; cioè della terra, nel quale elli era quando scrisse quello che aveva veduto; e però dice, questo Tal; cioè sì fatto e sì vile, ch’io; cioè che io Dante, sorrisi del suo vil sembiante; cioè della sua vile apparenzia. E quel consillio per miglior approbo; cioè io Dante, Che; cioè lo qual consiglio, l’à; cioè la terra, per meno; cioè per meno la pregia e meno la stima, e chi; cioè colui lo quale, ad altro pensa; cioè che a la terra, cioè che à lo suo pensieri ai beni celesti e non terresti, Chiamar si puote veramente probo; cioè virtuoso e galliardo d’animo.

C. XXII — v. 139-154. In questi cinque ternari et uno versetto lo nostro autore finge che, volto in giuso poi che ebbe veduto la terra vilissima e dispregiatola, ragguardò li corpi celesti e viddeli più certamente che non aveva veduto prima, dicendo così: Vidi; cioè io Dante, la fillia di Latona; cioè la Luna che si chiama Diana ne le

  1. Fingere, comporre, formare ad imitazione dei Latini. E.