Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/633

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selve, Luna è in cielo, e Proserpina ne lo inferno; e secondo li autori Iove stette con Latona e generò Febo e Diana. Et altri diceno che Proserpina fu figliuola di Cerere, e messer Boccaccio fiorentino dice nel libro De Genealogia Deorum che Titanus, figliuolo di Celio, de la Terra generò li giganti, e nominane alquanti; Iperione, lo quale dice che generò lo Sole e la Luna. E debbiamo sapere che tutti questi furno omini e donne, li quali li autori fingeno essere pianeti e stelle, per compiacere ai loro genitori e progenitori, dai quali conti, regi potentissimi e ricchissimi aveano le grandi provigioni. L’autore nostro seguita in questa fizione Ovidio che dice Febo e Diana nati di Latona e di Iove, incensa; cioè quando ella era in combustione, che era volta la parte fulgida insuso, e così conveniva che fusse volendo fare verisimile la fizione dell’autore: imperò che, se l’autore era nell’ottava spera in Gemini, com’elli finge, come arebbe potuto vedere la Luna, se non fingendo che ella fusse allora sotto lo Sole in combustione, che essendo altramente arebbe avuto la faccia luminosa in verso noi del mondo, e non in verso l’ottava spera? Senza quell’ombre; cioè senza quelle tre ombre che si vedeno da noi del mondo, quand’ella è tonda, che mi fur; cioè le quali ombre furno, cagione; a me Dante 1, Per che; cioè per la qual cagione, io; cioè Dante, già la credetti rara e densa; siccome appare nel secondo canto di questa terza cantica, quando l’autore disse: Ciò che riappar quassù diverso, Credo che ’l fanno i corpi rari e densi. E per questa fizione, che l’autore fa ora qui, appare ch’elli voglia tenere che quelle ombre siano l’ombre della terra, che è divisa in tre parti divise: per l’acqua si rappresenta in essa come in uno specchio, e nella parte chiara si rappresenti l’acqua: imperò che non è altro a dire che, quando è volta in verso la terra, abbia l’ombre; e, quando è volta in su, non l’abbia, se non che la terra ne sia cagione. L’aspetto del tuo nato, o Iperione; volge ora l’autore lo suo modo del parlare ad Iperione che, come è stato scritto di sopra, figliuolo di Titano, figliuolo di Celio, generò lo Sole e la Luna, sicch’elli dice: o Iperione, L’aspetto del tuo nato; cioè del Sole tuo figliuolo, Quivi; cioè in quello luogo essente 2, sostenni; cioè patittono li miei occhi di guardare nella rota del Sole; la qual cosa non poteva fare, quando io Dante era in terra, sicchè questo era confermamento di quel che fu detto di sopra; cioè ch’elli doveva avere le luci sue chiare et acute, e viddi; cioè io Dante, com’ si move Circa; cioè intorno, a lui; cioè al Sole, e vicino; cioè prossimano al

  1. C. M. Dante, Per che già la credetti rara e densa; cioè per le quali cagioni io Dante credetti che ’l corpo lunare fosse raro dove erano l’ombre, e denso dove era lo fulgore; siccome
  2. C. M. Quivi sostenni; cioè in quel luogo essente potenno sostenere gli miei occhi vedere la rota