Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/868

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130Dentro da sè del suo fulgore stesso1
     Parea pinta de la nostra effige;2
     Per che ’l mio viso in lei tutt’era messo.
133Qual è ’l geometra, che tutto s’affige
     Per misurar lo cerchio, e non ritrova,
     Pensando, quel principio, ond’elli indige;3
136Tal era io a quella vista nova:
     Saper voleva come si convenne4
     L’imago al cerchio, e come vi s’indova;
139Ma non eran da ciò le proprie penne;
     Se non che la mia mente fu percossa
     Da un fulgore, in che sua vollia venne.
142Ma all’alta fantasia qui mancò possa:
     Ma già volgeva ’l mio disio e ’l velle,
     Siccome rota, che equalmente è mossa,
145L’Amor, che muove ’l Sole e l’altre stelle.

  1. v. 130. C. A. coloro istesso
  2. v. 131. C. A. Mi parva
  3. v. 135. Indige; bisogna, cavato dal latino indigeo. E.
  4. v. 137. C. A. Veder voleva




C O M M E N T O


Vergine Madre ec. Questo è lo xxxiii canto de la terza cantica 1 del nostro autore, nel quale fa due cose principalmente: imperò che prima lo nostro autore finge che santo Bernardo, pregando per Dante, componesse questa devotissima orazione, la quale veramente compuose elli; e, come fatta l’orazione, a lui venne la grazia e drizzò la sua vista verso Dio; nella seconda parte lo nostro autore pone bene acconciamente quello, che per lui si potè comprendere de la Divinità, et incomiaciasi quine: Da quinci innanzi ec. La prima, che sarà la prima lezione, si divide tutta in tre parti: imperò che prima finge come santo Bernardo cominciò la devota orazione

  1. C. M. cantica della Comedia di Dante et ultimo canto di tutto lo suo poema