Pagina:Commedia - Purgatorio (Buti).djvu/459

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
   [v. 52-63] c o m m e n t o 449

co: tale ali si convegnono a l’angelo, che significano purità. Volseci in su; cioè Virgilio e me Dante, colui che sì parlòne; cioè l’angiulo che disse: Venite, Tra du’ pareti del duro macigno; cioè tra du’ pareti del monte ch’era di pietra macigna, u’era scala da montare in suso. Queste du’ pareti di pietra dura significano due costanzie e fermesse, che dè avere chi monta a purgarsi del peccato de la avarizia; cioè prima Io lato ritto duro a resistere, sicchè la felicità non lo corrompa; lo lato manco a resistere, che l’avversità non lo rompa, e così si purgherà del peccato de la avarizia. Mosse le penne sue; lo ditto angiulo, cioè quelle dell’ale, e ventilòne: cioè per la faccia a me Dante, e così m’assolvè 1 dal peccato de l’accidia: queste due ale sono due grazie di Dio le quali spegnano lo peccato; cioè la grazia illuminante, e la grazia consumante, affirmando esser beati Qui lugent, Che avran di consolar l’anirne done; cioè ch’aranno dono di consolare l’anime loro. Questa è l’autorità de l’evangelio di san Matteo, cap. v quando dice: Beati qui lugent, quoniam ipsi consolabuntur; e questo finge l’autore che dicesse l’angiulo per conforto di coloro che si purgavano del peccato dell’accidia, e per conforto di Dante che n’era purgato; e questa è la voce, che l’autore finge che si canti di là, a conforto del bene operare che è contra l’accidia.

C. XIX — v. 52-63. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come Virgilio lo dimanda de la cagiona del suo pensieri, e come la manifesta, e come lo conforta Virgilio de l’andare, dicendo: Che ài; cioè tu, Dante, dice Virgilio, che par che in ver la terra guati; sì vai col capo chinato, come va chi à pensieri? La Guida mia; cioè Virgilio, incominciò a dirmi; cioè a me Dante le parole ditte di sopra, Poco ambedu’ da l’ Angel sormontati; cioè poi che amburo fummo montati su, partiti da l’angiulo. Et io; cioè Dante rispuosi: Con tanta sospezion fa irmi Novella vision; ecco che l’autore chiama lo sogno suo, o vero lo insomnio, visione, perchè l’uno vocabulo alcuna volta si pone per l’altro, sicchè avale visione si pillia per lo sogno, o vero insogno, che ditto è di sopra, che a sè mi piega; cioè la qual visione a sè inchina l’animo mio, Sì ch’io non posso dal pensar partirmi; cioè non posso rimuovere lo pensieri da essa visione, pensando quello che dimostra. Vedesti; tu, Dante, disse; Virgilio, quella antica strega; ecco che chiama la falsa felicità mondana antica strega: imperò che ab antiquo fu in fin dal principio del mondo; e chiamala strega: imperò chc li vulgari diceno che le streghe sono femine, che si trasmutano in forma d’animali e succhiano lo sangue ai fanciulli; e segondo alquanti, se li magiano 2, e poi li rifanno: unde Orazio: Neu pransœ lamœ vivum puerum extrahat 3

  1. Assolvè; naturale inflessione dall’infinito assolvere. E.
  2. C. M. alquanti lo mangiano e poi lo rifanno;
  3. abstrahit
   Purg. T. II. 29