Pagina:Commemorazione di Paolo Ferrari.djvu/12

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10 COMMEMORAZIONE

bandiera, ma per dare tempo ai soldati nuovi di venire a raccogliersi alla sua ombra: non lenocinio di rotti costumi, non istupido svago di fantasie pervertite, ma un sacro còmpito ho sognato, ho adempiuto e trasmesso a voi; perchè io non vedo avvenire della patria mia, se poeti a lei non parlino la maschia poesia del dovere e dell’ideale; io non intendo la vita della Italia nuova senza il bacio fecondo dell’arte educatrice.

Questo fu il grido che lo accompagnò sino alla tomba: ond’è primamente nel nome dei giovani che a Te rivolgo, immagine cara di Paolo Ferrari, il saluto, — io figlio della Città che fu tua patria seconda e dove fino a ieri le tue ossa riposarono, qui nella città dove dormono i tuoi cari, e dove il tuo nome vivrà, come vera itala gloria, affidata alla religione dell’orgoglio cittadino.

Sì, di Paolo Ferrari fu gloria vera (sebben altri gliela ascrivessero a torto) che, affacciatosi a tempi in cui l’arte era per la Italia la sola sua affermazione — oltre la affermazione dolorosa dei martirii e dei patiboli — a tempi in cui l’arte era per lei il suo certificato di vita fra i popoli, — in cui l’arte era tutta una santa, audace, perigliosa battaglia, — egli non solo accettò serenamente sin dal primo giorno il suo posto di combattente in prima fila, — ma a quel concetto di una missione augusta, civile dell’arte tenne fede costante anche quando, nei tempi mutati, parve il compito mutato.