Pagina:Commemorazione di Paolo Ferrari.djvu/24

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22 COMMEMORAZIONE

dell’aria che fin allora lo ha obbedito e lo ha fatto trionfar di Calibano: Ariele, augellino mio, ritorna agli elementi, sii libero e statti bene.»

Dumas figlio, così scrivendo, forse parlava per sè; forse vergando quelle parole a proposito della sua Etrangére, dove già si sente l’artista che sta per ismarrire la sua via, che sta per divagare tra le fredde astrazioni ignote ai bollori della gioventù, egli presentiva il giorno che avrebbe percorso «la strada di Tebe» e che sul suo nome circonfuso di tanta ammirazione e tanta gloria, sarebbe passato un sorriso del pubblico, quasi di indefinibile ironia. — Ma per Paolo Ferrari, vissuto tra gli affetti sani e forti della sua arte, del suo paese e della sua famiglia, quell’ora non venne: a lui non bastò l’animo di dire ad Ariele l’addio: lo volle seco fino all’ultima ora nell’isola incantata. E fu proprio quando egli più dubitava di se stesso, ch’ei ritrovò d’un tratto il suo pubblico, il pubblico dei bei giorni antichi: fu quando la stanchezza parea vincerlo, che l’antico lottatore si drizzò: e la fiamma che parea languire mandò guizzo di luce più viva. Sta dunque per rinnovarsi l’esempio di Racine che anch’egli, nella vecchiaia, dopo un decennio di silenzio sconfortante si sveglia, ma pentito e contrito si sveglia e i pensieri della sua arte rivolge dalla Venere greca all’altare, e i peccati dei trionfi profani d’Andromaca e Fedra, riscatta colle sacre produzioni cristiane di Ester e di Atalia, che faranno andare in visibilio madama