Pagina:Cuore.djvu/136

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128 maggio

gue di fiamma e nuvoli di fumo rompevan dalle finestre e dal tetto; uomini e donne apparivano ai davanzali e sparivano, gettando grida disperate, c’era gran tumulto davanti al portone; la folla gridava: - Brucian vivi! Soccorso! I pompieri! - Arrivò in quel punto una carrozza, ne saltaron fuori quattro pompieri, i primi che s’eran trovati al Municipio, e si slanciarono dentro alla casa. Erano appena entrati, che si vide una cosa orrenda: una donna s’affacciò urlando a una finestra del terzo piano, s’afferrò alla ringhiera, la scavalcò, e rimase afferrata così, quasi sospesa nel vuoto, con la schiena in fuori, curva sotto il fumo e le fiamme che fuggendo dalla stanza le lambivan quasi la testa. La folla gettò un grido di raccapriccio. I pompieri, arrestati per isbaglio al secondo piano dagli inquilini atterriti, avevan già sfondato un muro e s’eran precipitati in una camera; quando cento grida li avvertirono: - Al terzo piano! Al terzo piano! - Volarono al terzo piano. Qui era un rovinio d’inferno, travi di tetto che crollavano, corridoi pieni di fiamme, un fumo che soffocava. Per arrivare alle stanze dov’eran gl’inquilini rinchiusi, non restava altra via che passar pel tetto. Si lanciaron subito su, e un minuto dopo si vide come un fantasma nero saltar sui coppi, tra il fumo. Era il caporale, arrivato il primo. Ma per andare dalla parte del tetto che corrispondeva al quartierino chiuso dal fuoco, gli bisognava passare sopra un ristrettissimo spazio compreso tra un abbaino e la grondaia; tutto il resto fiammeggiava, e quel piccolo tratto era coperto di neve e di ghiaccio, e non c’era dove aggrapparsi. - È impossibile che passi! - gridava la folla