Pagina:Cuore (1889).djvu/105

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il tamburino sardo 93

ed era trascinato in disparte. Alcuni barcollavano di stanza in stanza, premendosi le mani sopra le ferite. Nella cucina c’era già un morto, con la fronte spaccata. Il semicerchio dei nemici si stringeva.

A un certo punto fu visto il capitano, fino allora impassibile, fare un segno d’inquietudine, e uscir a grandi passi dalla stanza, seguito da un sergente. Dopo tre minuti ritornò di corsa il sergente e chiamò il tamburino, facendogli cenno che lo seguisse. Il ragazzo lo seguì correndo su per una scala di legno ed entrò con lui in una soffitta nuda, dove vide il capitano, che scriveva con una matita sopra un foglio, appoggiandosi al finestrino, e ai suoi piedi, sul pavimento, c’era una corda da pozzo.

Il capitano ripiegò il foglio e disse bruscamente, fissando negli occhi al ragazzo le sue pupille grigie e fredde, davanti a cui tutti i soldati tremavano: - Tamburino!

Il tamburino si mise la mano alla visiera.

Il capitano disse: - Tu hai del fegato.

Gli occhi del ragazzo lampeggiarono.

- Sì, signor capitano, - rispose.

- Guarda laggiù, - disse il capitano, spingendolo al finestrino, - nel piano, vicino alle case di Villafranca, dove c’è un luccichìo di baionette. Là ci sono i nostri, immobili. Tu prendi questo biglietto, t’afferri alla corda, scendi dal finestrino,