Pagina:Cuore infermo.djvu/103

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Parte terza 103


e rotta, col sorriso breve, mordente; Marcello con una grazia disinvolta, un po’ pensierosa. Collemagno si ostinava a guardare altrove, per celare il suo turbamento. Ma il crepuscolo violento scendeva, la Villa si faceva deserta.

— Lei, duca, ha, mi pare, sposato una signorina Revertera? — chiese lentamente Lalla.

— Revertera è il titolo; Manso è il cognome — rispose con la medesima lentezza Marcello.

— Una figlia unica, mi sembra?

— Unica, signora contessa.

— Ho visto, per una sola volta, il duca padre. È in viaggio ora?

— In Sicilia; al nostro ritorno non lo ritrovammo.

— Meglio soli... — soggiunse lei, e si strinse nel mantello, quasi provasse una sensazione di freddo. — Lo stare più lungamente qui mi farebbe male. Sono eterni questi vostri tramonti di Napoli! Andiamo.

E si alzò di scatto, stringendosi sempre più nel mantello, lasciando lo strascico sul terreno, con una indolenza freddolosa. Collemagno, sempre muto, prese l’ombrellino dalla sedia, mentre ella si avviava lentamente con Marcello.

— Siete andata in chiesa prima della passeggiata? — disse Collemagno, raggiungendola.

— Avete trovato il mio libriccino? datemelo. Sì, sì, sono andata in chiesa.

— Per chi pregate, contessa? Per voi o per gli altri? — esclamò Paolo, sentendo il bisogno di dire qualche cosa di cattivo.

Ella lo guardò con una certa dolcezza.

— Per tutti — rispose. — Ma ho sofferto anche oggi un poco, nella chiesa. Non posso rimanere molto tempo inginocchiata. Credo di essere svenuta...