Pagina:Cuore infermo.djvu/153

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Parte quarta 153

leggere od a ricamare. Ella leggeva di tutto, ma preferibilmente la prosa. I libri, com’è naturale, non l’appassionavano; ma la lettura le sembrava un’occupazione gradevole, purchè non fosse troppo prolungata. Anche il ricamo le piaceva: finita la stola che aveva donata alla chiesa di Santa Maria degli Angioli, ora ricamava una tovaglia in batista, per la cappellina di Sorrento. Non già che l’animasse un grande fervore religioso; ma per sè non ricamava nulla, trovandone a comperare dovunque senza molta pena — ed agli altri non si curava di far doni sentimentalmente borghesi. Per ricamare o per leggere, si sedeva in una poltroncina americana di legno odoroso, davanti al suo tavolinetto da lavoro, nel vano di un grande balcone. Beninteso, erano chiuse le gelosie per non farvi entrare il sole, ma il freschetto di ponente penetrava nella stanza. Per quel soffio breve, Beatrice ristava talvolta dal ricamare o dal leggere, abbandonandosi alle carezze dell’aria che le blandiva il viso, non di rado un po’ accaldato. Attorno a lei il silenzio era profondo, quel bel silenzio, il felice silenzio della campagna. Talora un lieve rumore affiochito dalla distanza, giungeva fino a lei. Ella tendeva l’orecchio; era un cedro, un bel frutto giallo-rosso che era caduto dal ramo sull’erba; era il canto di un fanciulletto che discendeva da una viottola, con un carico di fieno sul capo; era il passo di Nero, il suo cavallo, che un palafreniere conduceva a passeggiare pei viali. Ella non vedeva tutto questo, ma lo indovinava, ma cercava d’indovinarlo, e la sua mente si distraeva, in quella ricerca, dal ricamo o dal libro. Due ore passavano, lentamente, è vero, ma con una lentezza molle e delicata. Qualche volta sopraggiungeva Marcello, che veniva a chiamarla per la colazione. Un giorno la sorprese, con le mani inerti, lo sguardo perduto nel vuoto: